Una voce fuori campo illumina il palco con solo due sedie, distanti, offre un dove e un quando: nella notte che anticipa la festa della Madonna Nera in Calabria.
Giusy Mellace e Marco Ciconte disegnano un dramma che si muove tra tre personaggi e la millenaria storia di una terra che straborda in controluce dalla vicenda, impreziosendola.
La notte febbrile e lisergica alla quale si è incollati, in cinquanta minuti vivaci e sorprendenti, è quella di Calà, inseguita e mortificata, insultata e offesa, indemoniata, spogliata, violentata, posseduta. Ha tutte le colpe e un tamburello. Le restano le grida, una figlia e il demone che la perseguita – gli altri due personaggi in scena.
Se l’interpretazione degli attori si impone come la nota più dolce è anche grazie all’ottimo lavoro di Franco Eco che cura la regia e le musiche originali, azzeccate; le indovina tutte: la sua attenzione alle luci offre una marcia in più, dal calore meridionale all’ultravioletto diabolico. Il pericoloso bianco degli abiti di scena è mutevole ed esso stesso diventa elemento narrativo. L’ atmosfera che si viene a creare è quindi così precisa, che le ulteriori incursioni della voce fuori campo, diventano quasi superflue.
È la recitazione che fa esplodere la pièce facendone sbocciare il testo: interpretazioni fisiche e atletiche,  che mischiano canto e danza: i corpi degli attori spingono una storia personale nell’universale, sovrapponendo continue allegorie spaziando al di qua e al di là del dialetto.
Erica Bianco, la figlia, riesce ad essere sempre credibile e a dona verità a tutte le fasi che il suo personaggio vive in scena, da quando fa calare la disperazione a quando fa divampare la speranza.
È il classico giovanotto sbruffone di paese, è un gentiluomo del sud, no anzi è il diavolo: Giovanni Cordì sposta un bottone della sua giacca e diventa un nuovo personaggio e una nuova illusione, gli basta toglierla ed è il diavolo. La fisicità che ha messo nella sua performance, le posture e le linee dei movimenti che ha seguito sono una parte fondamentale. Nei primi minuti, durante il monologo iniziale di Calà cambia postura e si avvicina a lei dosando sforzo ginnico e sinuosità ballerina, risolvendo quella che poteva essere una criticità: credibile, è immediatamente diavolo, prima ancora che ciò venga esplicitato. La sua postura e i suoi movimenti (esaltati da Eco) portano subito lo spettacolo su di un binario di credibilità che non era poi così scontato. Francesca Flotta interpreta Calà in una maniera straordinaria donandole tutti i volti e le sfumature che la colorano, dalla baccante alla paesana, offrendo una profondità al personaggio in cui sembrano respirare tutte le donne e poi tutta l’umanità. Calà non appare alla Madonna, ma ne diventa una pagana. La Calabria non avrebbe avuto una giusta personificazione, né l’opera tutta la sua forza struggente e catartica, senza la sua maiuscola interpretazione.  

Francesco Niglio