Lo spettacolo ispirato all’opera epica di Publio Ovidio Nasone (43 a.C. – 17 d.C.) viene rappresentato al Cisternone il 9 luglio, ore 22:00, in una forma sperimentale definita dalla stessa compagnia del Teatro del Lemming di Rovigo come “Teatro dello spettatore”. Si configura come un’opera indipendente rispetto a un progetto più ampio, frutto di un lavoro triennale, che non è stato possibile mettere in scena a causa del distanziamento imposto dalla pandemia; gli spettatori sono solo cinque, numero pari a quello degli attori che durante lo spettacolo si rivolgono a rotazione, in maniera diretta, agli spettatori precedentemente accompagnati sul luogo della scena dal regista Massimo Munaro, dopo l’invito a indossare delle vesti bianche e distaccarsi da smartphone e orologi.
Lo schema platea/palcoscenico e spettatori/attori viene superato dalla prossemica e dallo relazione che si instaura in uno scenario notturno illuminato da fiammelle che delimitano spazi a geometrie circolari, mentre frammenti poetici riecheggiano nell’oscurità; i personaggi sono silenziosi e coperti da veli bianchi, non hanno identità, ma invitano costantemente lo spettatore a rispecchiarsi; la scenografia è quasi spettrale. Il linguaggio del corpo e la mimica arrivano dritti alla pancia stimolando sentimenti ed emozioni, corde intime, profonde, primordiali. Gli attori proiettano sugli spettatori un percorso scenico tutt’altro che astratto, un invito alla riflessione sulla condizione dell’uomo in continua evoluzione, ma anche ad osservare le conseguenze delle azioni e diventarne consapevoli. Si assiste ad un processo comunicativo di forte impatto, in divenire, basato sull’identificazione reciproca. In scena sono presenti oggetti e colori che fungono da simboli: il nero della notte, il bianco dei vestiti, il rosso della frutta che rappresenta la madre terra distrutta e amata dall’uomo stesso, l’acqua, l’uovo come elemento di protezione continuamente ricercata, lo specchio, i sassi, l’essere bambini poi adulti, la nostalgia, il gioco, la sofferenza, la nevrosi e l’inganno delle bramosità e ancora la morte e il coraggio di essere secondo la propria natura. L’eros si confonde con l’utilizzo viscerale del corpo e la presenza del nudo in scena è una provocazione affinché si possa andare oltre le apparenze.
La suggestione non è il fine dell’opera, ma il mezzo attraverso cui si manifesta il coraggio di uno spettacolo fatto di tanti momenti, un viaggio spazio temporale che propone una visione illimitata sulle possibilità dell’uomo di esprimere la sua natura, raggiungere i suoi sogni e se stesso; lo spettatore se è disposto a dare, riceve in dono un messaggio di speranza, dedicato solo a lui.
Lo spettacolo non ha una fine netta, non c’è sipario e in questo modo si resta accompagnati da una suggestione che continua; infatti dopo lo spegnimento dell’ultima fiamma il regista rientra in scena e fluidamente, con fare mistico, guida gli spettatori all’uscita. La metamorfosi resta in atto.

Antonio Cerbone