Quello scelto da Martina Ricciardi e Laurène Lepeytre della compagnia En corps des mots è uno dei tanti “modi” per affrontare il tema della migrazione, forse non il più convenzionale. La sinergia artistica fra la performer italiana e la video-artist francese si traduce in uno spettacolo dove il linguaggio della danza e quello delle proiezioni si sono visti uniti alla Sala Assoli la sera del 6 luglio. Ricciardi, in scena in prima persona, si presenta inizialmente immobile, di spalle, nell’angolo di uno sfondo bianco rettangolare e calpestabile, simile a quello utilizzato dai fotografi. A un certo punto, voci registrate francesi ci portano nel mondo dei lunghi viaggi, della sofferenza, delle difficoltà incontrate davanti a una nuova lingua e a una nuova cultura. Ad accompagnare le voci, non sono solo i sovratitoli, ma giochi di luce inventati da Lepeytre o documentari sfocati in bianco e nero di persone indistinte. Inoltre, in alcuni momenti la musica elettronica di Horacio Peña Cros si amalgama con ciò che vediamo o sentiamo. Vero protagonista, però, è il movimento di Martina, che comincia come dei piccoli spasmi delle mani, delle spalle, della testa, per poi propagarsi in tutto il corpo e diventare sempre più fluido. Gli stili utilizzati spaziano fra danza contemporanea, teatro-danza, flamenco, clownerie. Quasi mai viene scelta la grazia, quasi mai viene finito un gesto. L’espressività del volto a volte enfatizza, a volte sdrammatizza il racconto. La performer non fa uso solo del suo corpo, ma pronuncia anche delle frasi in italiano o francese che la aiutano a sentirsi in collegamento col tema scelto. Ricciardi interagisce con gli unici due oggetti appoggiati fin dall’inizio vicino a lei: un paio di décolleté rosse e una bobina di nastro rosso. Sui tacchi cammina, corre, salta cadendo più volte, mentre ci parla affannosamente. Verso i tre quarti dello spettacolo, la performer inizia a intonare una semplice melodia, mentre srotola il nastro, prima seguendo un fascio di luce comparso nel suo spazio di azione, poi fra il pubblico. A lei si uniscono le voci di alcune spettatrici, che pian piano si alzano e scendono verso il palco. Solo allora si capisce che non erano in teatro solo per assistere. Ricciardi non si vede più, ma al suo posto sette donne che cantano lamenti e si muovono in gruppo come un coro greco, o libere per lo spazio, eseguendo gesti stilizzati che richiamano l’inchino, il rumore della pioggia, l’abbraccio. Verso la fine, una schiera, in cui si procede avanti e indietro, tastando il pavimento in vari modi. La parte finale dello spettacolo è frutto di un laboratorio di cinque giorni in cui Ricciardi ha spinto il gruppo, attraverso degli stimoli, ad accogliere la tematica ed esprimerla con corpo e voce. Lo spettacolo si conclude, così, ogni volta in modo diverso, a seconda dell’esperienza e delle sensibilità delle persone che si mettono in gioco in fase laboratoriale.
MONICA TURRI
Master di II livello in Drammaturgia e cinematografia
Università degli Studi di Napoli Federico II


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