La trama di I M E D E A – andata in scena al Politeama di Napoli il 2 luglio per la regia di Sulayman al Bassam ¬– attinge a piene mani al mito greco nella versione euripidea, che viene brevemente riassunta poco prima dell’inizio.
Medea è un’emigrata araba, seguitissima sui social ed in particolare su Twitter, dove le vicende della sua vita entrano in stretto contatto con i followers.
Ella è inferocita per il trattamento riservato ai rifugiati di Corinto, città che mostra attraverso il suo sovrano, Creonte, un atteggiamento apertamente xenofobo.
Il disappunto della protagonista, che si manifesta con lo sciopero della fame, arriva al pubblico attraverso ogni battuta, mentre la parte lirica gioca un ruolo emozionale. Abbandonata da Giasone, l’uomo per il quale si è macchiata di orribili crimini, Medea è lasciata in balìa degli umori della piazza.
La Colchide è lontana, ogni legame è oramai reciso, poco alla volta la storia di un’emigrata accoglie le storie dei tanti, dei profughi, delle persone che subiscono ogni giorno violenza per le loro origini.
La musica, in scena, viaggia di pari passo alle linee di dialogo, amplificando i toni della vicenda attraverso un uso variegato delle tecniche percussive con coltelli e tamburo.
Sulayman ricopre con efficacia i ruoli di Giasone e Creonte sul palco, ma è anche quando è sé stesso nelle vesti di regista, che mostra tutta la sua dimestichezza nel dialogo con il pubblico, lasciando inalterata la magia della messinscena.
Non mancano i riferimenti alla storia contemporanea come gli attentati di Parigi al Bataclan o Charlie Hebdo, e nemmeno alla cultura italiana: la Medea di Pier Paolo Pasolini o gli slogan di personaggi politici su tematiche sensibili come l’integrazione.
L’uso di una scenografia minimal, dove l’unico elemento di colore è rappresentato da un cesto di arance, proietta poi un’ulteriore luce su Medea.
Si resta ammaliati dalla sua presenza sul palco, ne si avverte la forza scenica nei movimenti, mentre le pause assumono la tensione di una minaccia incombente.
Una tensione, che esplode nella collera di Medea contro Giasone.
La donna prima si finge rassegnata, disposta a mantenere un rapporto d’amicizia per il bene di entrambi, poi rinnega e uccide i suoi stessi figli avuti da Giasone, negando all’ex marito qualunque discendenza.
Le arance sul palco mostrano proprio negli istanti finali la loro funzione simbolica: Medea ne impugna una per mano, rossi zampilli imbrattano il suolo, macchiano le mani, la sua vendetta giunge a compimento.

Giuseppe Iovinella
Master di II livello in Drammaturgia e cinematografia
Università degli Studi di Napoli Federico II