UNA RISCRITTURA DI EURIPIDE: DALLA GUERRA DI TROIA ALLA LOTTA AL PATRIARCATO

La tragedia Le Troiane, rappresentata per la prima volta nel 415 a. C., inizia nel punto in cui si conclude l’Iliade: le protagoniste, ombre dolenti che si aggirano tra le macerie della propria città distrutta, vanno incontro a un destino di schiavitù o di morte, decretato dal nemico greco.

Marcella Serli, autrice, regista e attrice de Le Troiane, la guerra e i maschi, trae dalla drammaturgia euripidea interessanti spunti per “riflettere sul potere e sull’oppressione patriarcale”, delineando un filo conduttore tra le discriminazioni sessuali di ieri e quelle di oggi. Il cast dello spettacolo, in scena l’1 e il 2 luglio nel Cortile della Reggia di Capodimonte, contempla unicamente donne biologiche e transgender, “corpi politici” che sfuggono alle norme e ai canoni della società occidentale, denunciandone le iniquità.

La pièce inizia con l’amara parodia di un convegno contemporaneo dedicato proprio alla tragedia di Euripide. L’unico relatore, un docente universitario che si rivolge alla platea mentre un suo assistente proietta su uno schermo i suoi discorsi, è l’incarnazione di tutti gli aspetti più sgradevoli che possano connotare un “uomo di cultura”: sessismo, paternalismo, altezzosità e arroganza. Pur celato dietro una stucchevole e artificiosa parvenza di progressismo, il professore viene d’un tratto implicitamente “accusato” di praticare mansplaining da un’adolescente che sale sul palco dichiarandosi regista dello spettacolo: questa figura, chiamata a scandire vari segmenti della rappresentazione, fornisce al pubblico le chiavi interpretative utili a una migliore comprensione della drammaturgia: nomina alcune madri storiche del femminismo italiano (Carla Lonzi e Lea Melandri) e illustra il lessico del patriarcato, mentre sullo schermo posto in fondo alla scena scorrono parole e immagini esplicative. Dopo alcune piccole gag che svelano la vera natura del relatore, quest’ultimo viene raggiunto da altri accademici con i quali prima si azzuffa e poi si allontana dal palcoscenico.

Ė a questo punto che inizia la vera e propria rappresentazione de Le Troiane: attorno a un alto palo, che simboleggia il fallocentrismo della cultura occidentale, ruotano le vicende tragiche di Ecuba, che verrà assegnata a Ulisse, di Cassandra destinata ad Agamennone, di Polissena da immolare sulla tomba di Achille, di Andromaca “preda” di Neottolemo e di Elena, che dovrà tornare da Menelao (ottime le interpretazioni di Eva Robin’s, Noemi Bresciani, Ana Facchini, Ira Fronten, Luce Santambrogio e Marcela Serli). Implacabile la sventura si abbatterà anche sul piccolo Astianatte, a riprova che l’espressione “Prima le donne e i bambini” evidenzia semplicemente i bersagli privilegiati dell’efferatezza bellica. I monologhi delle protagoniste, atterrite all’idea di ciò che dovranno patire dopo aver già perso gli affetti più cari, fanno comprendere che in guerra non ci sia modo di sottrarsi alla “legge della sopraffazione maschile”. Nessun premio per chi, incarnando le più tradizionali virtù muliebri, crede di poter salvare vita e onore, nessuna equità di giudizio verso chi, spinta all’adulterio, finisce poi per essere condannata da un tribunale di “eroi”, fedifraghi e ipocriti. La doppia morale, il gaslighting, il controllo e la violenza sui corpi delle donne sembrano ineluttabilmente intrecciati alle più tragiche vicende umane.

La fusione tra classicità e modernità nell’allestimento e nella realizzazione dei costumi (prezioso il contributo degli studenti dell’Accademia di Belle Arti SantaGiulia di Brescia) valorizza l’interessante lettura di genere che l’autrice dà del testo di Euripide.

Laddove il drammaturgo denuncia i propositi folli che sottendono ogni guerra, la riscrittura di Marcela Serli pone infatti l’accento sull’atroce condizione femminile nella Storia: le protagoniste di questa tragedia, come le donne di ogni tempo, non sperimentano per la prima volta la condizione schiavile quando diventano prede di guerra, perché sono ad essa già condannate dagli uomini delle loro famiglie, fin dalla più tenera età. E se è vero che storicamente, come recita una canzone degli Abba collocata alla fine dello spettacolo, “Il vincitore conquista tutto” (The winner takes it all), sta alle donne di oggi (biologiche e non) prendere finalmente le proprie debite rivincite.

Laura Cascio
Master di II livello in Drammaturgia e cinematografia
Università degli Studi di Napoli Federico II