“Ricorda, quando sarai stanco, quando non ne potrai proprio più, non avrai che da sporgerti sul mare e chiamarmi: io sarò sempre lì e la tua sete di sonno sarà saziata”. Finisce così il racconto La sirena, scritto da Tomasi di Lampedusa negli ultimi mesi prima del suo sonno di uomo mortale e prima della sua riscoperta tardiva. Lighea, nome con cui è anche conosciuto il testo, è una figura ambigua, mitologica (figlia di Calliope), divisa a metà tra pensiero e corporalità quasi debordante, animalità e umanità, terra e mare. Presso il Chiostro del Duomo di Salerno, luogo altamente suggestivo, nell’ambito del Napoli Teatro Festival, Luca Zingaretti assume per qualche attimo anche le movenze della sirena, la sua vocalità “gutturale”, la sua posa quasi da Venus Pudica. Ma il testo originale di Tomasi di Lampedusa non è solo sensualità, è un breve insieme di sensazioni, di sapori anche culinari che Zingaretti riesce quasi a farti assaporare, di storie. C’è Torino e la sua quotidianità piuttosto informe, c’è il ricordo appassionato di una Sicilia per nulla da cartolina ma carnale, sfrenata, c’è il tempo, quello contemporaneo in cui si incontrano i due personaggi e quello mentale, il ricordo, che anima entrambi, c’è anche la storia, sebbene in filigrana, coi rimandi al MinCulPop. Ma soprattutto ci sono i due protagonisti della vicenda, il giovane giornalista Corbera di Salina (cognome gattopardesco) e il senatore, esperto fino all’eccesso di cultura greca, Rosario La Ciura, ormai anziano. I due personaggi si incontrano e instaurano una forma di amicizia molto profonda che porta allo svelamento dell’esperienza vissuta in gioventù dal senatore, il prolungato contatto con la sirena Lighea. Zingaretti, ormai un habitué del testo, porta in scena le due figure, riuscendo a far percepire la loro distanza abissale, modulando la voce con estrema duttilità, dando al La Ciura un cinismo cavernoso ed esilarante, in continuità col mito del vecchio burbero, e al Corbera una nota di ricerca incessante e di rispetto quasi filiale. Una prova, quella del reading, in cui voce e corpo diventano i mezzi espressivi centrali e che per questo richiede un’attenzione maniacale al fraseggio, alla chiarezza espositiva, alla pausa, alla memoria. Mediante una ricostruzione di tipo drammaturgico, inoltre Zingaretti sceglie due punti diversi del palcoscenico dove pone due leggii; in tal modo separa il racconto realistico da quello onirico anche spazialmente, spostandosi, a un certo punto, da una parte della scena ad un’altra. In più fa uso, come intermezzo tra le sequenze del racconto, in realtà un unicum in origine, della splendida musica evocativa scritta da Mazzocchetti, attraverso il suono, centrale nell’economia dell’opera quanto la performance, della fisarmonica di Fabio Ceccarelli. Una “lettura” appassionante e sentita.
Francesco Mainiero


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