“Pescado Senõr, pescado fresco”, mentre sei al Libri & Caffè del ridotto Mercadante in un assolato pomeriggio di fine giugno e sei in fila per vedere lo spettacolo debutto della Babel Crew, senti questa frase urlata e ripetuta più volte. Senti un odore di pesce e vedi un ragazzo dall’accento spagnolo ma con coppola e baffo siciliano girare tra il pubblico in attesa. Cerca di vendere pesce fresco e tu capisci che “Volver” è iniziato. Ti accomodi nel Ridotto e subito questo venditore di pesce si presenta: è Nico, viene dalla Sicilia e sta per raccontarci la sua storia. Correva l’anno 1908, 28 dicembre 1908 per essere precisi, ore 5:20 del mattino e la terra siciliana, la terra di Messina trema; un attimo e la potenza della natura flagella due nobilissime province, Messina e Reggio, abbattendo molti secoli di opere e di civiltà. Non è soltanto una sventura della gente italiana; è una sventura della umanità e Nico, come tanti altri bambini, uomini e donne è sepolto sotto le macerie della sua casa, aiutato e sostenuto dal papà Liberio e dalla mamma Giovanna; nel sottosuolo la terra trema ancora. È il 31 dicembre 1908, Nico viene tirato fuori dalle macerie ma ormai tutto è distrutto: il Campanile, il Duomo, la Piazza, le Case tutte distrutte e gli zii, i cugini, i nonni, gli amici morti tutti. Allora cosa fare, quale futuro può avere un bambino pieno di sogni e un uomo i cui sogni sono finiti sotto le macerie? Partire, prendere sotto braccio questi sogni scritti su cartoni legati come fossero una valigia con dentro lo stretto indispensabile, avere il coraggio di diventare emigrato, di andare con mezzi di fortuna in Argentina e di costruire una vita e un rapporto padre figlio fatto di speranze e sogni senza tempo. A ritmo di tango e di milonghe, di suoni e tradizioni siciliane mischiate a quelli spagnoli entriamo, noi pubblico, nella storia d’Italia e di una comunità che tanto somiglia ad altre del nostro Sud; seduti sugli spalti ci sentiamo quella parte viva che tenta la rivincita dell’umanità sulle violenze della terra. Forse non è ancor completo, nei nostri intelletti, il terribile quadro, né preciso il concetto della grande sventura, c’è infatti chi ride, ma sappiamo che questo immenso danno romanzato è accaduto davvero in un tempo lontano da noi e ha dato un futuro ai tanti Nico, Liberio e alle tante famiglie rimaste in Sicilia. Un domani chiamato Volver, ‘tornare’ tradotto dallo spagnolo: tornare in Sicilia dove l’avvento del Fascismo ha richiamato gli italiani in patria a pagamento e tornare in Argentina per amore, perché è lì che Nico è cresciuto. La scena è pervasa da un senso di infinito, di pluralità delle lingue e di strumenti di narrazione fatti da cartoni, suoni, chitarre e danza in un teatro che può illuminarsi anche soltanto per la magia di una candela.

Sul palco per il lungo applauso finale Simona Argentieri, non sempre credibile nel ruolo di mamma, provocatrice e amante di Nico, Maurizio Maiorana con ancora sul viso l’espressione di un padre che è riuscito a dare una speranza alla famiglia e uno strepitoso Giuseppe Provinzano che porta con sé ancora quel bambino che non vuole smettere di sognare.

di Diletta Picariello