Cosa c’è dietro le vite patinate dei calciatori, moderni eroi guerrieri? Luciano Melchionna, regista ed autore dei testi, conduce gli spettatori negli spogliatoi, il luogo dove questi superuomini si mettono a nudo, non solo materialmente. La rappresentazione scenica è itinerante; il percorso è una vera e propria discesa agli inferi: si è introdotti nel primo locale da un’ambigua figura, umana ma dal volto di mostro, che fa sedere gli spettatori su miserrime panchette di legno addossate alle pareti della stanza ove sono i calciatori; anche se si intuisce che ci si trova negli spogliatoi della Nazionale, l’ambiente è lontanissimo da quelli visti in televisione, tutt’altro che accogliente: soffitto basso, fetido, grigio. Qui un allenatore (il mister) in pantalone e canottiera tiene un discorso motivazionale alla squadra, attingendo a frasi retoriche e paralleli filosofici e guerreschi assolutamente estranei alla cultura calcistica; i riferimenti alla moglie, insegnante, lasciano intuire che il modo di esprimersi è dettato dalla consorte. Il mister arringa la propria truppa, che in coro alle frasi fatte risponde con slogan: il branco è pronto ad affrontare il proprio nemico. All’ ingresso a ciascuno degli spettatori è stato consegnato un biglietto con un numero: si passa in un altro locale, seguendo il calciatore con il numero corrispondente. Qui ogni calciatore ed il mister restano ciascuno con tre o quattro spettatori, costretti spalle al muro ad assistere, come da dietro ad uno specchio, alla vestizione del campione. Questi, mentre si veste, davanti al metaforico specchio apre la propria mente, scoperchiando il vaso di Pandora dei pensieri più reconditi; il campione è nudo, dietro la figura patinata si vede la miseria di un uomo che ha fatto il calciatore per compiacere il padre, ed ora, idolo delle folle e macho per eccellenza, deve affrontare il figlio dodicenne con tendenze omosessuali che vorrebbe fare il ballerino. “Muto e sottomesso, così è bene”, la frase che gli rivolgeva il padre lui la rivolge al figlio. I calciatori, vestiti con improbabili luccicanti divise color oro, con il mister vestito come un domatore del circo, escono per la partita; gli spettatori sono trattenuti da una figura dal volto mostruoso, ma dalle sinuose nude forme femminili appena velate da una tuta in lattice. E’ lei la vera signora di questi moderni inferi, la società sportiva, che descritta la propria anima come legata al denaro e venduta alla pubblicità, svela finalmente il suo volto di donna seducente. All’uscita la squadra schierata come per una premiazione riceve il convinto applauso degli spettatori, affascinati dalla bravura di tutti gli interpreti; più d’uno avrebbe voglia di rientrare per assistere allo spettacolo successivo ed ascoltare un’altra di quelle dodici storie, spie del contrasto esistenziale sintetizzato dal mister: non mi interessa quello che siete negli spogliatoi; mi interessa quello che sembrate là fuori.
Domenico Davolos


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