Una poltrona, una grata, una botola e un grammofono: questi gli elementi scenici attorno ai quali viene (ri)disegnata la fitta trama di violenze e tradimenti che caratterizzano l’epopea tragica del Tito di William Shakespeare, in scena l’8 giugno al teatro Bellini di Napoli.
Nell’adattamento teatrale di Michele Santeramo, collocato all’interno del più ampio progetto Glob(e)al Shakespeare di Gabriele Russo, il carattere epico della vicenda e dei suoi protagonisti viene attenuato per dare spazio a un allestimento scarno e a una definizione dei personaggi più sfumata e intimistica.
Il generale romano Tito, guerriero vittorioso ma anche stanco reduce di guerra, favorisce la successione al trono imperiale del corrotto Saturnino che sposa Tamora, regina barbara condotta prigioniera a Roma con i suoi figli Chirone, Demetrio e Alarbo: quest’ultimo, per motivi religiosi, viene fatto giustiziare dal generale vittorioso. La neo-imperatrice, insieme al suo amante Aronne, ordisce quindi dei disegni criminali per vendicarsi di Tito: fa violentare e mutilare sua figlia Lavinia e poi ne fa uccidere il marito, facendo ricadere la colpa su uno dei suoi cognati. La rappresaglia di Tito è terribile: condanna a morte Aronne e il figlio segreto avuto con Tamora, fa giustiziare Chirone e Demetrio che ha saputo essere colpevoli verso Lavinia e serve i loro corpi come pietanze alla madre, in un banchetto allestito per la coppia imperiale. Le violente reazioni dei personaggi partecipanti al convito li conducono inesorabilmente alla morte.
Il Tito interpretato da Fabrizio Ferracane è un uomo stanco, insofferente e inizialmente poco incline a imporsi, che viene quasi trascinato dagli eventi a una vendetta tremenda e spietata contro i suoi nemici. Contrapposte a un personaggio spesso privo di carattere e talvolta grottesco – il regista stempera la tensione drammatica facendo pronunciare a Tito motti sentenziosi alternati a battute che suscitano il sorriso – si impongono sulla scena le figure della giovane e incrollabile Lavinia (Francesca Piroi) e della perfida regina Tamora (Maria Laila Fernandez), che insieme al suo amante Aronne (Piergiuseppe di Tanno) e ai suoi spietati figli Chirone (Isacco Venturini) e Demetrio (Daniele Marino) costituiscono gli autentici motori della vicenda drammatica.
Di forte impatto le soluzioni sceniche adottate dal regista e dallo scenografo (Francesco Esposito) per rappresentare le torture subite dai personaggi: il rumore cadenzato e martellante prodotto dai figli di Tamora durante la scena della violenza su Lavinia, la grata che lascia intravedere uno specchio d’acqua rosso ad evidenziare lo strazio dei corpi che vi si adagiano sopra e infine l’impiccagione cruda e silenziosa del figlio segreto di Aronne e Tamora.
Straniante la messa in scena dell’epilogo che, lungi dal costituire l’acme cruento di una parabola tragica, si risolve con uno scambio di battute cinico e surreale tra i personaggi superstiti che, in sequenza, “muoiono” in scena.
Laura Cascio


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