Un’emozionante scoperta della vita umana prende forma già a sipario aperto. Su un palco notevolmente inclinato coperto di plance grigie, un uomo, dopo aver scrutato per un po’ la platea, si spoglia completamente e si distende nudo, un altro lo copre con un telo bianco, seppellendolo, e un terzo rifiutando la morte muove una plancia e fa volare via il telo; l’azione si ripete più volte. L’eterno ciclo della vita continua. Un quadro animato rappresenta La lezione di anatomia di Rembrandt, dove il dottor Tulp estrae metri di budella. Un altro la Nascita di Venere di Botticelli in cui la dea è un ragazzo che si copre castamente con una mano e viene cullato da Zefiro e da Flora. Ad ogni morte segue una nascita e viceversa; spighe dorate che seppelliscono un uomo e pietre che permettono ad un astronauta di estrarre il corpo di un Cristo morto, su un vagito musicale di un neonato. Quello del “The Great Tamer” (Il Grande Domatore) è uno scenario ricco di contenuti che prende ispirazione dal mito di Persefone, la dea greca sposa di Ade che trascorreva sei mesi nel regno dei morti e altri sei sulla terra facendola rifiorire al suo passaggio. Dimitris Papaioannou, autore e regista dello spettacolo, mette in scena un continuo gioco fra suolo e sottosuolo su una versione a rallentatore del Danubio Blu di Johann Strauss. Presentato il 23 e 24 giugno al Teatro Politeama nell’ambito del Napoli Teatro Festival 2017, The Great Tamer vede il Domatore nel Tempo, secondo Omero e i tragici greci. Papaionnou porta in scena, tematiche universali sacre e profane con segni coreografici minimali degli undici danzatori e un imponente apparato scenografico, in cui prevale un’assoluta semplicità nella forma. Artista visivo, regista, coreografo e performer, Papaioannou è considerato uno dei nomi più emblematici della danza contemporanea. Con la sua tecnica, il “Body Mechanic System”, corpi umani che si fondono con materie prime con le quali interagiscono creando spettacolari illusioni ottiche, il regista ateniese produce degli ironici e taglienti giochi di scomposizione delle varie parti del corpo; braccia, gambe, torsi maschili e femminili emergono da sottoterra e il tentativo di ricomporre un corpo intero è vano. Il linguaggio del corpo diventa metafora della vita dell’uomo e della sua condizione con le difficoltà che egli stesso vive, spesso a causa di una società che lo annienta. Nonostante questo, il forte legame con il suolo e con la vita si manifesta da quelle scarpe che un danzatore fatica a staccare da terra per le radici che le trattengono. Sono le Radici dell’individuo, che è destinato a morire. Sulla scena il suo corpo è diventato scheletro, che due performer presentano alla fine in proscenio e che, scivolando a terra, si riduce a un mucchietto di ossa, destinato a scomparire. Ma quello che rimane e che non può essere sottratto è la conoscenza, rappresentata dalla testa poggiata sul libro, e l’anima, leggera e dorata, che conserveremo sempre nell’eternità.
Elena Paoletti


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