Lo spettacolo di ShiroTakatani, Still, andato in scena al Politeama realizza una rappresentazione stilizzata che rende manifesti alcuni concetti estetico-temporali, finalizzati alla creazione di un’atmosfera non calibrata ma misurata, temporalmente.

La scena è costruita da Takatani su uno spazio inondato d’acqua, dove le figure che vi si mostrano si muovono per la durata di un’azione, cui ne segue un’altra e un’altra ancora in un susseguirsi e altalenarsi di situazioni visive che sembrano esprimere quella che Bergson descriveva con il concetto di Durata. La durata è vista come proiezione del tempo e dello spazio, in questo caso un universo di simbologie attraversa lo scenario rappresentato dall’autore.

Le ombre che si imprimono su uno schermo e una videocamera che sembra imprimere quello spazio di durata in cui si manifestano. Il reale non è capovolto dalle sembianze che lo attraversano, bensì si rappresenta come possibile momento di discorso, di alimentazione o gioco, elementi del reale messi a fuoco, resi assolutamente unici e quindi attraversati da un’idea di unicità del mondo. Un racconto quasi biologico che testimonia l’unicità di ogni essere, di ogni creatura.

Eppure compare un sentimento di solitudine, l’assenza dei dialoghi e la luce che si riflette sull’acqua, come quell’immenso illuminato di Ungaretti, ci restituisce un’idea di uomo unico, perché biologicamente testimoniato, ma avulso dai meccanismi sociali. Still, come ancora, ancora uomo nonostante la solitudine sembra rimanere nelle tracce della storia, di un uomo, di una donna che imprime la sua orma e racconta un esistere. Senza una vera trama e una vera storia da raccontare, Still si rappresenta come momento visionario necessario all’esistere e, perché no, luce della solitudine.

 

Emiliana Chiarolanza