CON CARMINE BIANCO, MIRIAM DELLA CORTE, LUCA LOMBARDI, MARIA CLAUDIA PESAPANE, NELLO PROVENZANO
REGIA E DRAMMATURGIA FABIO DI GESTO
SCENE MARIATERESA D’ALESSIO
COSTUMI ROSARIO MARTONE
DRAMMATURGIA MUSICALE TOMMY GRIECO
DISEGNO LUCI DESIDERIA ANGELONI
REALIZZAZIONE STRUMENTI DARIO FIORENTINO
PRODUZIONE ASSOCIAZIONE CULTURALE RI.TE.NA
CON IL SOSTEGNO DI C.Re.A.Re. Campania – Centro di Residenze Artistiche della Regione Campani
Teatro Nuovo
6 luglio, ore 20:30
Durata 1 ora
Debutto assoluto
Lo zappatore è un dramma teatrale di Libero Bovio che racconta la storia di Don Luca, un umile contadino che ha sacrificato la propria vita per dare un futuro migliore al figlio Alfredo. Divenuto un uomo distinto, Alfredo rinnega le sue origini e umilia il padre, vergognandosi di lui. Il dramma si consuma nel dolore di Don Luca, simbolo del sacrificio e dell’ingratitudine, in una storia di conflitto tra valori familiari e ambizione sociale.
NOTE DI REGIA
In questa versione teatrale, il focus si sposta: il cuore del racconto non è più il sacrificio del padre, ma il ricatto emotivo che ne deriva. Il padre usa il proprio sacrificio come una catena invisibile, un peso che il figlio deve portare per sempre. Il debito non è economico, ma affettivo. Ogni gesto d’amore diventa un’arma di colpa, ogni rinuncia un’ombra che impedisce di andare via. La libertà del figlio non è una fuga, ma un atto necessario di autodeterminazione. Il vero dramma non è il figlio che non riconosce il sacrificio, ma la famiglia che non accetta di lasciarlo andare.
La sceneggiata è un genere che vive di eccessi, di pathos e di un codice espressivo riconoscibile. Ma cosa succede se la destrutturiamo, se ne cambiamo il linguaggio senza tradirne l’essenza? Questa rivisitazione non è una negazione della sceneggiata, ma una sua trasformazione: un teatro più essenziale, dove l’intensità non si trova più nelle grida e nelle lacrime, ma nel corpo, nel ritmo e nella tensione. Questa sceneggiata rivisitata non è più una rappresentazione dell’emozione, ma una sua evocazione cruda e fisica, dove il melodramma si esprime nei corpi, nelle immagini potenti, nei suoni che emergono direttamente dalla scena. Un teatro che non racconta solo il sacrificio e il rimpianto, ma li fa sentire, li fa vibrare, li incide nella carne.
Con questa versione teatrale, voglio portare in scena un conflitto universale che va oltre la lotta di classe: quanto siamo davvero liberi dalle aspettative dei nostri genitori? E quanto l’amore può diventare una prigione se si confonde con il sacrificio? Quante catene invisibili ci portiamo addosso senza accorgercene?
Fabio Di Gesto


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