SCRITTO DA DIEGO FRISINA
DIRETTO DA SILVIA IGNOTO
CON DIEGO FRISINA, SILVIA IGNOTO, TULLIA PAGANO
ASSISTENTE ALLA REGIA EMMA QUARTULLO
PRODUZIONE BEIRICORDI TEATRO | ANOMALIA MEDIA ETS
CON IL SOSTEGNO DI STITCHING PAMINA FOUNDATION

Teatro Tedér
6 luglio, ore 21:00

Durata 1 ora

 

/ra·man·ẓì·na/ sostantivo femminile
Lungo rimprovero di intonazione moraleggiante e sentenziosa, improntato a grave severità ed espresso con una carica, per lo più fittizia, di risentimento.

Dipendenti sotto torchio perché non amano abbastanza il proprio lavoro, professionisti della procreazione assistita che scoraggiano la genitorialità, mercati immobiliari impazziti, guerre all’orizzonte e tante altre situazioni, scene e frammenti compongono l’affresco di un’umanità al collasso.
Nel testo non ci sono nomi, generi di appartenenza; gli esseri umani che appaiono e scompaiono si trovano in situazioni quotidiane, ma di un quotidiano un po’ aumentato, come se fosse tutto ambientato in un universo leggermente parallelo, più grottesco ed esasperato, ma tremendamente simile al nostro.
Le “ramanzine” che i personaggi fanno e ricevono sono dettate dalla rottura sempre più evidente tra la società che abitiamo e le strutture che l’hanno sorretta nel passato, evidenziando le idiosincrasie, le contraddizioni, ma soprattutto l’evidente smarrimento di una direzione.
Non c’è una storia nel senso tradizionale (aristotelico) del termine, ma tante variazioni sul tema presentato introdotto dal titolo.
È lo spettacolo stesso ad essere una ramanzina, che vuole lasciarci con il dubbio (e forse la speranza) che siamo ancora in tempo, tutte e tutti noi, per agire ed evitare di ritrovarci a dire con nostalgia (nostalgia di un passato che forse non è mai veramente esistito): è un peccato che sia andata così.

NOTE DI REGIA

RAMANZINE. O è un peccato che sia andata così è l’esposizione di un fallimento. La scena si articola in una struttura a quadri in cui si descrive la condizione dell’individuo travolto dagli stimoli spasmodici della società contemporanea, dissociata e sentenziosa. Tra un quadro e l’altro, il dispositivo teatrale è costantemente svelato, tutto avviene a vista. Lo spazio, inizialmente vuoto e nudo, è concepito per subire un processo di entropia, sporcandosi, rivelandosi, trasformandosi progressivamente in un “casino” visivo, deposito di tracce, accumuli, scarti. Si scimmiottano elementi di cui poi ci si riappropria goffamente, segno della difficoltà a non aderire a ciò che viene imposto. Le due attrici e l’attore (persone, non personaggi) abitano il dispositivo con una doppia presenza: sono totalmente immersi nell’azione e totalmente pronti a uscirne all’improvviso, 100% dentro, 100% fuori. Si stabilisce un triangolo relazionale persona-persona-pubblico, in cui il referente, cambiando e rompendosi, modifica i significati. I tableaux sono legati tra di loro non da una narrazione orizzontale, ma da libere associazioni, partiture fisiche ripetitive, dissociazioni e dissolvenze; tutti pretesti per dichiarare l’insofferenza del reale.

Silvia Ignoto