Installazione performativa e incontro
IDEA, PROGETTO SCENICO E REGIA ROSSELLA PRETTO
CON WANDA MARASCO, ROSSELLA PRETTO, ANNA BOCCHINO E CLARA BOCCHINO
DRAMMATURGIA E PROGETTO GENERALE ROSSELLA PRETTO E FRANCESCO DE MATTEIS
REALIZZAZIONE SCENOGRAFICA ANNA ORABONA E DANIELE NICOLETTI
VIDEOMAPPING LIVIA FICARA
DISEGNO LUCI SIMONE PICARDI
COSTUMI ANDREA IACOMINO – ATELIER ITACA
PRODUZIONE SOCIETÀ COOPERATIVA LE NUVOLE ICC
Sala Assoli
23 giugno
Ore 18:30
Ore 20:00
Ore 21:30
Durata 30 minuti
Debutto assoluto
In un sotterraneo visionario, tra teschi, ex voto, fantocci e rovine, prende vita quest’installazione performativa e immersiva ideata per un pubblico ristretto chiamato ad attraversare fisicamente lo spazio scenico e a diventare parte di un rito. L’invito è a percorrere le profondità di una città, Napoli, per abbandonarsi a una vita incauta, necessaria per ritrovare un senso di comunità. Accolti dalle performer, gli spettatori entrano in un universo sospeso dove la memoria dei morti, il trauma storico e il destino individuale emergono dalle profondità.
Corpi fusi con la materia inorganica, pietre dalle quali affiorano voci di vite che furono e che denunciano ciò che le ha rese l’eco di morti, si alternano in un viaggio perturbante, sacro e che si rivela essere, al contempo, politico. È la premessa di un conflitto lacerante e che minaccia di cancellare i nomi che si danno alle cose e agli uomini e di lasciare il mondo popolato di soli fantasmi. Ecco, quindi, la scena mutare progressivamente in un paesaggio bellico: il pubblico viene coinvolto in una fuga, costretto a ripararsi, a osservare da vicino la devastazione, fino a partecipare a un rituale funebre collettivo per le vittime senza nome di ogni conflitto. Con testi originali e frammenti poetici, lo spettacolo chiama a una riflessione sulla violenza, sulla rimozione e sulla necessità della memoria.
Tra musiche, videoproiezioni e azioni performative, Le pietre parlano costruisce un’esperienza sensoriale e spirituale che sonda il rapporto tra vita e morte, colpa e sopravvivenza, distruzione e desiderio di trascendenza. Un’opera che fa del teatro crocevia emotivo e atto poetico condiviso. È una riflessione che prosegue nel secondo momento del progetto: un incontro dedicato al rapporto tra poesia, realtà e azione. Ci si interroga su quale forza possa ancora avere la parola poetica dentro un tempo segnato da conflitti, rimozioni e crisi del senso. Non soltanto la capacità di raccontare il mondo o di testimoniarlo, ma quella di trasformare lo sguardo, di agire sulla coscienza, di aprire possibilità inattese dell’umano.
La poesia viene allora intesa come “espansione a ciò che è possibile diventare”, secondo le parole di Odysseas Elytīs: un gesto capace di sottrarre l’individuo all’anonimato e di riconsegnarlo alla propria irriducibile unicità. È la stessa tensione che attraversa l’opera di Seamus Heaney, poeta che ha resistito a ogni riduzione ideologica della scrittura, scegliendo invece di affidarsi alla responsabilità più profonda verso la lingua e verso la complessità dell’esperienza umana. In questa prospettiva, la parola poetica non diventa propaganda né risposta consolatoria, ma strumento di scavo, attraversamento della verità, possibilità di immaginare – anche solo per un istante – una forma diversa di presenza nel mondo.
NOTE DI REGIA
Come si attraversa oggi il regno dei morti? Come si guarda ciò che abbiamo rimosso senza trasformarlo in immagine consumabile, in semplice spettacolo? Le pietre parlano – anime in conflitto nasce da questa domanda. Dalla necessità di creare un ponte. Lo spazio scenico diventa un organismo sotterraneo in cui il pubblico è chiamato a entrare, rinunciando alla distanza rassicurante dello spettatore. Non c’è platea separata dall’azione: chi entra viene coinvolto in un rito di discesa, dentro un paesaggio composto di teschi, ex voto, pupi, rovine, voci registrate e corpi che sembrano emergere dalla materia stessa della città. Napoli è il ventre simbolico di questo viaggio. Il dialogo continuo con l’assenza diventa la soglia attraverso cui interrogare il nostro presente: un tempo saturo di conflitti, immagini belliche, confessioni esibite e identità sempre più fragili. Lo spettacolo intreccia poesia, performance, musica, installazione visiva e azione rituale. Le parole di Wanda Marasco dialogano con testi poetici e materiali sonori diversi, generando una drammaturgia frammentaria e visionaria in cui il confine tra vivi e morti, umano e fantoccio, individuo e rovina si fa instabile. Al centro vi è il corpo: ferito, storico, esposto alla violenza. La lunga sezione della guerra rompe ogni contemplazione estetica e precipita lo spettatore in una condizione di vulnerabilità condivisa. Non interessa rappresentare realisticamente il conflitto, ma evocare il trauma, il senso di assedio, l’impossibilità di restare innocenti. Eppure, dentro questo paesaggio oscuro, permane una tensione alla luce. Il rito finale apre una domanda ultima: che cosa resta dell’essere umano dopo la distruzione? Quale volto siamo ancora in grado di sostenere? Forse il teatro può ancora essere un luogo in cui la comunità si raccoglie attorno a ciò che fa paura, per provare a guardarlo insieme.
Rossella Pretto


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