DI LUIGI PIRANDELLO
CON IRMA CIARAMELLA, IVANO FALCO, GINO AURIUSO, MARGHERITA PATTI, GIOELE ROTINI, OTTAVIA ORTICELLO
REGIA GINO AURIUSO
ASSISTENTE ALLA REGIA ALESSANDRA DE CONCILIO
SCENE E COSTUMI FRANCESCA SERPE
PRODUZIONE ASSOCIAZIONE CULTURALE ARTENOVA ETS
CON IL SOSTEGNO DI REGIONE LAZIO
Teatro Tedér
5 luglio, ore 21:00
Durata 1 ora e 20 minuti
A birritta cu ‘i ciancianeddi è il titolo originale dell’opera che Luigi Pirandello scrisse nel 1916 in dialetto catanese e che successivamente rielaborò in italiano nel 1918 con il titolo Il berretto a sonagli. Considerato uno dei capolavori del grande drammaturgo siciliano, il testo racconta la vicenda di Beatrice Fiorica, una donna che scopre il tradimento del marito con la moglie di Ciampa, scrivano del cavalier Fiorica.
Decisa a cogliere in flagrante i due amanti, si fa aiutare dal delegato Spanò e organizza un piano per smascherare l’adulterio, allontanando Ciampa da casa con l’incarico di recarsi a Palermo per alcune commissioni, così da poter far esplodere lo scandalo. Tuttavia, la soddisfazione di Beatrice è di breve durata: dal verbale non emergono prove concrete del tradimento.
Ciampa, che sembra essere a conoscenza della relazione tra i due, viene però pubblicamente umiliato e additato come “becco”. In questa condizione, e per ristabilire il proprio onore, propone una soluzione estrema: far credere che Beatrice sia pazza e farla internare. Così cerca di convincerla, giacché solo in questo modo il suo onore e quello del marito potranno essere salvi.
NOTE DI REGIA
“Siete contenta ora?”.
Essere contenti, ora, oggi: forse è questa la più grande difficoltà per l’Uomo, non solo quello pirandelliano. E questa frase che apre il capolavoro del drammaturgo siciliano racchiude in sé tutta l’ambiguità e la fallibilità del parlare e dell’agire umano. Essere contenti per sé o cercare di esserlo per gli altri. È come se i personaggi de Il berretto a sonagli tentassero di rispondere a questa unica, apparentemente semplice domanda: sono felici? O vogliono soltanto sembrarlo?
I personaggi di Pirandello vengono sorpresi in questa sospensione, anime in pena in un limbo morale e personale. Maschere? Nude? Un gioco al massacro che non prevede vincitori; una società claustrofobica di auto-reclusi; un mondo dell’apparire in cui chi più si vuol mostrare procede per “sottrazione di sé”. Un mondo in cui l’Io si annulla, la coscienza si frammenta e l’identità si disperde nella trama di tutte le parole dette e non potute (volute?) dire.
Prigione è la casa, per chi la scopre trasformata in luogo della colpa. Prigione è dove ci rinchiudiamo o veniamo rinchiusi. Ma prigione è anche il vincolo in senso astratto: il legarsi, l’esser legati, anche l’uno all’altro. Così tutto diventa prigione per Beatrice, Medea dei nostri tempi e delle nostre terre, che, scoprendo la colpa del marito, vede trasformarsi il legame matrimoniale in prigione e decide di rompere i ceppi del ben più vincolante giogo sociale: l’onore.
In un mondo freddato dall’apparire, il calore spunta come una timida goccia di sangue su un corpo bianco (morto solo apparentemente), come la punta di un paradossale iceberg di passioni cocenti. Questo gigante alla deriva è l’onore personale (opposto, qui, a quello sociale, fatto di apparenze), il riscatto dal tradimento.
All’opposto troviamo un altro monolite, l’inappuntabile scrivano Ciampa, pietra posata su tanta ipocrisia, che restituisce con la stessa moneta il folle mondo dei sotterfugi. Ed è proprio in questo mondo prefabbricato, monoblocco e standardizzato che i personaggi si muovono, come in un incubo quotidiano, in una stanza delle torture inflitte o subite col sorriso congelato. Il sangue ribolle, ma il pallore sociale ha la meglio con un’invenzione geniale tipicamente pirandelliana: l’istituzionalizzazione di una salvifica pazzia.
Gino Auriuso


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