DI E CON BRUNO BUONOMO
REGIA MICHELE PAGANO
COLLABORAZIONE AL PROGETTO ANDREA CICIA
PRODUZIONE COLLETTIVO LUNAZIONE ETS
CON IL SOSTEGNO DI OFFICINATEATRO


Teatro Tedér
3 luglio, ore 21:00

Durata 50 minuti

Debutto assoluto

 

Igor nasce dal gesto ostinato di un padre che continua a cercare un figlio là dove non può più raggiungerlo. Lo cerca nei ricordi, nelle frasi rimaste a metà, nelle parole insegnate e poi temute, nei dettagli minimi che sopravvivono quando tutto il resto è crollato. Da questa ricerca affiora una lingua incrinata. È la lingua dell’amore paterno e dell’educazione ricevuta, impastata di forza, sacrificio, eroismo.
Parole alte, consegnate come un’eredità morale, entrano nella vita familiare con la naturalezza delle cose giuste, finché rivelano la loro ombra. Ciò che voleva proteggere può ferire. Ciò che voleva formare può pesare come un destino. Il figlio resta vicino e imprendibile, fragile non perché debole, ma perché troppo esposto al mistero delle cose. Avverte ciò che accade prima ancora di poterlo comprendere. Il padre, invece, cerca un nome, una causa, un senso. Ma nessuna spiegazione basta, e ogni memoria consola e accusa nello stesso momento.
Resta la distanza tra chi ama e chi non sa essere visto, tra chi vorrebbe salvare e chi avrebbe forse avuto bisogno solo di essere ascoltato, tra la Storia con i suoi miti di grandezza e la vita minuta, tremante, irriducibile di un figlio. Ne nasce un canto spezzato e feroce sull’eredità delle parole, sulla violenza involontaria dell’amore, su ciò che passa da una generazione all’altra senza essere davvero compreso.
Non c’è assoluzione, soltanto una ferita che resta aperta, là dove non arriva nessuna risposta e una voce continua a chiamare.

NOTE DI REGIA

Al centro della scena, una poltrona sgangherata, sospesa sopra un cumulo di terra.
L’attore abita questo spazio fragile e precario, in bilico costante tra due mondi: quello dei vivi e quello dei ricordi sepolti.
La terra non è soltanto materia scenica, ma memoria, radici, assenza, ferita. È il luogo in cui i ricordi vengono nascosti e da cui, ostinatamente, riaffiorano. Il personaggio resta sospeso su questo confine, incapace di andarsene davvero, costretto a confrontarsi con ciò che ha perduto.
Attraverso gesti ripetuti, rituali ossessivi e azioni minime, cerca di disseppellire frammenti di vita, immagini, parole, momenti dimenticati. Ogni movimento diventa un tentativo di dare forma al dolore, di comprendere l’assenza, di trovare una possibile risposta al lutto.
Lo spettacolo si muove così in una dimensione sospesa, dove il confine tra memoria e presente, vita e morte, realtà e immaginazione resta continuamente aperto.

Michele Pagano