DI SILVIO PERRELLA
REGIA ETTORE NIGRO
CON ANNA BOCCHINO, CLARA BOCCHINO, UN ATTORE IN VIA DI DEFINIZIONE
SCENE GIANCARLO MINNITI
COSTUMI GIUSEPPE AVALLONE
COREOGRAFIE SIMONA PERRELLA
REGISTA ASSISTENTE GIOVANNI SBARRA
ORGANIZZAZIONE GIULIO MARIA FURENTE, VIOLA FORESTIERO
PRODUZIONE PICCOLA CITTÀ TEATRO (TEEN THEATRE)

Teatro Nuovo
8 luglio, ore 19:00

Debutto assoluto

Durata 1 ora e 10 minuti

Due giovani attrici in scena. Per di più gemelle.
I loro sogni, la presenza misteriosa del sogno nella vita diurna, la capacità di raccontare dettagli concreti e insieme sfuggenti sporgendosi verso gli altri; verso gli spettatori invitati a liberare le loro immaginazioni.
Soprattutto un processo di metamorfosi basato su somiglianze che mai però combaciano, tanto che l’una delle gemelle riuscirà a dare vita all’altra solo sognandola, ricomponendone il corpo, dai piedi agli occhi, come in un atto di magia.
Ed ecco che lo stesso teatro viene riconvocato in scena, sia attraverso le apparizioni lampanti di un postino, un messo che ha la funzione di tenere in contatto mondi diversi, sia in un dialogo per assonanze con il sogno shakespeariano.
Dopo l’esperienza de Il purgatorio dei viventi, la scrittura sussultoria di Silvio Perrella s’incontra nuovamente con l’elegante effervescenza di Anna e Clara Bocchino e la tenace fantasmagoria di un regista come Ettore Nigro.

NOTE DI REGIA

Ho sempre paragonato – ma forse, e di certo non solo io – il teatro al sogno.
Se ci riflettiamo, il sogno accade nella mente, nel sonno, in una dimensione nella quale solo il sogno ti fa capire che sei vivo. Come dice Amleto: “morire, dormire, forse sognare”. Il sogno sono occhi su una scena aperta che muta senza logica eppure parla. Resta un mistero chiuso. Per comprenderlo bisogna raccontarselo, ripercorrerlo, o raccontarlo a un altro.
È in questo passaggio che accade qualcosa. Il sogno, nel momento in cui viene detto, cambia natura. Allora accade nuovamente, come se lo stessi ripensando. Riaffiorano – ma solo in chi le ascolta, all’inizio – le sensazioni, gli stimoli emotivi di quelle immagini che parlano di te. L’altro, come uno specchio riflette in te il tuo sogno ed ogni sensazione. Il sogno diventa così contemporaneamente il sedimento del passato e il copione di domani. Non è forse questo il teatro stesso.
Se ne Il purgatorio dei viventi abbiamo indagato il tempo, cercando azioni e visioni che ne manifestassero lo scorrere, I sogni di Annaclara indaga invece l’assenza di spazio e di tempo come una continua contemporaneità. Perché inconscio e sogno dicono sempre, senza mai dire quando, in quale spazio, in quale luogo.
Ne I sogni di Annaclara l’una sogna l’altra e, nel raccontarsi, forma sé stessa: come una gemella che a sua volta sogna sé stessa e quindi sogna chi la sogna. Nel gioco dei bambini, con due specchi messi uno di fronte all’altro, si generano infinite immagini senza mai capire chi riflette chi e dove. In scena due figure si cercano senza mai coincidere. Una prende forma nello sguardo dell’altra, ma questa forma non si stabilizza mai.
A un certo punto qualcosa appare, quasi senza spiegazione:
“Su un palco una lotta con spade di legno e coriandoli.
Forse sono due.
Come noi”.
Non è un’immagine da comprendere, ma da attraversare.
Come tutte le altre, emerge e subito si sposta.
Lo spazio è ridotto all’essenziale: un’oscillazione, un’alta altalena, un armadio da aprire, delle scarpe che non trovano il loro doppio. Non costruiscono un ambiente, ma un campo in cui le cose accadono e subito si sottraggono.
Non c’è un tempo lineare, non c’è uno spazio definito. C’è una contemporaneità continua, un presente minimo e instabile che accade e subito si perde. Il presente è solo presente.
Il postino resta come un margine di coscienza: qualcosa che arriva, che chiede, che porta. Ci porta messaggi dal mondo convenzionale, ci ricorda che essere vivi è sognare anche ad occhi aperti. Non chiarisce, non risolve, ma tiene aperta la possibilità.
Il resto non si spiega. Si può solo attraversare.

Ettore Nigro