DIREZIONE ARTISTICA, DRAMMATURGIA E MESSA IN SCENA CATERINA VERTOVA
CON DONNE DEL TERRITORIO (partecipano donne migranti e richiedenti asilo, donne in percorsi di uscita dalla violenza o da situazioni di vulnerabilità, donne in percorsi di cura, giovani donne e studentesse in condizioni di fragilità)
DOCENTI ORETTA BIZZARRI (TRAINING VOCALE – METODO LINKLATER), SELENE GANDINI (IMPROVVISAZIONE TEATRALE E MOVIMENTI SCENICI), MARIA GRAZIA SARANDREA (PERCUSSIONI E COREUTICA)
PRODUZIONE LA CASA DI CIASCUNA
ORGANIZZAZIONE E MANAGEMENT ANNA ROSARIA FORNO
Teatro Tedér
21 giugno, ore 21:00
Durata 50 minuti
Qual è il ruolo della donna nel conflitto, visibile o invisibile, esterno o interiore? La guerra che attraversa la storia e quella che si consuma nello spazio intimo dell’identità femminile si intrecciano in una riflessione sulla relazione tra cultura e barbarie, sulla memoria come atto politico e sulla necessità della cultura come strumento di trasformazione e di pace.
La Restituzione scenica nasce da una riflessione profonda e necessaria sul rapporto tra le donne e il conflitto, mettendo in luce una presenza storicamente determinante ma spesso rimasta invisibile nelle narrazioni ufficiali della guerra. Le donne attraversano i conflitti armati non solo come vittime dirette di violenza, soprusi, stupri e abusi sistematici, ma anche come soggetti attivi della storia, protagoniste silenziose della resistenza, della sopravvivenza e dei processi di ricostruzione sociale e culturale. Nei loro corpi e nelle loro vite si imprimono cicatrici profonde, fisiche e psicologiche, che non si esauriscono con la fine delle ostilità ma si trasmettono nel tempo, incidendo sulle generazioni successive e sui tessuti delle comunità. Durante le guerre, le donne combattono su molteplici fronti: nelle retrovie, nelle case, nei territori occupati, nella difesa della dignità, degli affetti, della memoria. Sono state staffette, combattenti, infermiere, custodi di informazioni, figure cruciali nei movimenti di liberazione e nei processi di resistenza contro gli invasori, pur restando raramente riconosciute per il loro contributo. Alla fine dei conflitti, sono chiamate a ricomporre famiglie spezzate, a tenere insieme comunità lacerate, a immaginare e costruire nuovi equilibri sociali. Diventano così il centro silenzioso della ricostruzione, depositarie di una memoria che spesso non trova spazio nella Storia ufficiale, ma che continua a vivere attraverso racconti, diari, testimonianze e letteratura. Accanto alla guerra degli uomini emerge però un altro conflitto, meno visibile ma altrettanto devastante: una guerra quotidiana, intima, silenziosa, che molte donne si trovano ad affrontare per tutta la vita. È un conflitto che si eredita, che si trasmette di madre in figlia, fatto di ruoli imposti, di identità negate, di limiti culturali che definiscono e restringono desideri, ambizioni e possibilità. È una battaglia contro uno specchio che rimanda un’immagine ferita, contro una cultura dominante che tende a depotenziare, colpevolizzare e rendere invisibile il femminile. In questo spazio di tensione si moltiplicano le domande e lo spettacolo intreccia questi livelli di conflitto – storico, collettivo, interiore – proponendo una riflessione sul legame profondo tra cultura e barbarie. Quando la cultura declina, i conflitti si moltiplicano; quando la cultura resiste, può ancora offrire strumenti di consapevolezza, trasformazione e pace.
Attraverso il racconto teatrale e un percorso di training partecipato, le donne coinvolte nel progetto intraprendono un viaggio alla scoperta delle grandi eroine di ogni epoca e luogo che hanno saputo confrontarsi con il conflitto e trasformarlo in atto di resistenza, consapevolezza e libertà. Il materiale scenico nasce dalle improvvisazioni costruite a partire dalle esperienze di vita personali delle partecipanti, restituendo una narrazione corale, viva e incarnata, che fa del teatro uno spazio di ascolto, di riconoscimento e di possibile cambiamento collettivo.
NOTE DI REGIA
Ogni progetto ha bisogno di radici, di un luogo sicuro in cui crescere. Per le donne de La casa di ciascuna è una sfida complessa. Far comprendere quanto sia necessario uno spazio di ascolto, accoglienza, memoria è faticoso. Ma il bisogno di raccontare e dare voce a chi resiste è potentissimo. Da qui il conflitto, tra il desiderio di costruire e le difficoltà che si incontrano. L’idea su cui lavorare è una riflessione più ampia e universale: le donne, da sempre, vivono in trincea, in ogni tempo e guerra, interiore o collettiva. Invisibili ma insostituibili. Da sempre combattono: con il corpo, la voce, il silenzio. Per la vita, nella vita. Resistono, curano, tramandano memoria. Donne in tempo di guerra nasce dalla necessità di raccontare il ruolo invisibile delle donne nei conflitti di ogni epoca. Madri, figlie, infermiere, partigiane, messaggere, prigioniere, vittime, ma mai carnefici. Ogni guerra è anche una guerra delle donne, perché lascia cicatrici nei loro corpi, anime, case e storie. Ma non sono solo spettatrici: la loro azione è resistenza, il loro gesto cura, il loro coraggio trasforma. Anche il teatro è resistenza: non si limita a raccontare, diventa azione, urgenza, necessità. Se la guerra distrugge, il teatro ricostruisce. Se la guerra spezza, il teatro ricuce. Se la guerra uccide, il teatro dà vita. E le donne, da sempre in trincea, continuano a combattere. E a curare.
Caterina Vertova


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