CORALIN ALLA FINE MUORE

SCRITTO E DIRETTO DA ROSSELLA PUGLIESE
CON ROSSELLA PUGLIESE E ADRIANO FALIVENE
VOCE FUORI CAMPO AVV. LORENZO DE SANTIS
MUSICHE ORIGINALI IVO PARLATI
COSTUMI GIUSEPPE AVALLONE
SCENOGRAFIA PAOLO IAMMARRONE E VINCENZO FIORILLO
DIRETTORE TECNICO ERRICO QUAGLIOZZI
AIUTO REGIA BEATRICE GATTAI
ASSISTENTE ALLA REGIA ARINA SAZONTOVA
PRODUZIONE DENEB ETS 

 

Sala Assoli
10 luglio, ore 21:00

Debutto assoluto

Durata 1 ora e 20 minuti

In un loft spoglio, durante una notte di tempesta, una donna e un uomo si affrontano in un gioco ambiguo e pericoloso, dove vittima e carnefice sembrano continuamente scambiarsi di ruolo.
Coralin è un’avvocata penalista brillante, feroce, abituata a difendere uomini colpevoli e a sopravvivere in un ambiente dominato dal potere e dalla manipolazione. Timoleone Rinaldi è un uomo spezzato, ossessionato da un dolore che non riesce a contenere e da una colpa che lo divora da tempo.
Quando Timo rapisce Coralin segregandola in quel loft isolato, prende forma un confronto sempre più serrato. Ciò che inizialmente appare come un sequestro si trasforma progressivamente in qualcosa di molto più complesso: un rituale emotivo in cui entrambi cercano disperatamente di difendere la propria versione del fallimento, della colpa e di ciò che sono diventati.
Nel corso dei giorni, i ruoli si ribaltano di continuo. Vittima e carnefice finiscono per confondersi, mentre i due protagonisti vengono trascinati dentro un territorio sempre più instabile; identità, memoria e senso di colpa lentamente si sgretolano.
Coralin alla fine muore è un thriller psicologico che attraversa la violenza invisibile delle relazioni umane e accompagna i suoi protagonisti fino al punto in cui sopravvivere a sé stessi sembra impossibile.

NOTE DI REGIA 

Coralin alla fine muore nasce dal desiderio di indagare il lato più ambiguo delle relazioni umane: quel territorio fragile in cui controllo, dipendenza emotiva e violenza psicologica convivono senza più confini netti.
Il testo si sviluppa come un thriller psicologico a due personaggi, ma evita volutamente le dinamiche tradizionali del genere. Non esistono eroi né innocenti assoluti. Coralin e Timo combattono continuamente per il controllo della narrazione, cercando di imporre all’altro una versione della realtà che li renda sopportabili ai propri occhi.
Lo spazio scenico è essenziale, quasi astratto: un loft vuoto, una finestra sprangata, tende bianche innaturalmente lunghe, un materasso, pochi oggetti. Tutto è reale e insieme mentale. La scena diventa una trappola emotiva, un luogo sospeso dove il tempo sembra collassare e ripetersi.
Anche il linguaggio registico lavora sulla tensione tra verità e rappresentazione: i corpi degli attori oscillano continuamente tra naturalismo e deformazione, tra intimità quotidiana e dimensione rituale. Il temporale, il vento, il suono improvviso dello sparo e il movimento delle tende diventano elementi drammaturgici vivi, quasi presenze.
La drammaturgia procede per stratificazioni, lasciando emergere lentamente le ferite profonde dei personaggi senza mai spiegare tutto in modo definitivo. Lo spettatore è chiamato a entrare dentro le contraddizioni dei protagonisti, a prendere posizione e subito dopo a rimettere in discussione ciò che credeva di aver compreso.
Coralin alla fine muore non cerca risposte assolute né consolazioni. Attraversa il senso di colpa, il bisogno di essere riconosciuti e la difficoltà di sostenere la verità su sé stessi. Fino a lasciare in scena due esseri umani incapaci di distinguere se ciò che li tiene ancora vivi sia il desiderio di salvarsi o quello di sparire definitivamente.                                                                  

Rossella Pugliese