DI MIKE BARTLETT
CON GEA MARTIRE E DALAL SULEIMAN
REGIA YASER MOHAMED
TRADUZIONE DI MONICA CAPUANO
PRODUZIONE CASA DEL CONTEMPORANEO
Sala Assoli
3 luglio, ore 21:00
Debutto assoluto
In un’azienda moderna, impersonale e perfettamente organizzata, una dipendente viene convocata periodicamente dal proprio superiore per una serie di colloqui apparentemente ordinari. All’inizio le domande riguardano il comportamento professionale, il rispetto delle regole, l’efficienza. Ma, incontro dopo incontro, il confine tra vita privata e vita lavorativa inizia a sgretolarsi.
La relazione sentimentale della donna con un collega diventa il centro di un’indagine sempre più invasiva, in cui emozioni, desideri e scelte personali vengono analizzati, giudicati e progressivamente controllati. Ogni tentativo di difendere la propria libertà sembra rafforzare il meccanismo che la intrappola.
Con una scrittura tagliente e claustrofobica, Mike Bartlett costruisce un confronto feroce tra due figure femminili, trasformando un ufficio in uno spazio mentale dove il potere agisce con freddezza assoluta. Contrazioni è un testo che parla del lavoro contemporaneo, della solitudine, della paura di perdere il proprio posto nel mondo e della facilità con cui si finisce per accettare l’inaccettabile.
Uno spettacolo teso e disturbante, dove il controllo non passa attraverso la violenza esplicita, ma attraverso il linguaggio, le regole e il silenzio.
NOTE DI REGIA
C’è qualcosa di profondamente inquietante nel modo in cui il lavoro entra nelle nostre vite. Non è più solo un luogo, ma un sistema che ci attraversa, ci misura, ci ridefinisce. Contrazioni è un testo chirurgico: non urla mai, non esplode, non consola. Stringe. Come una mano invisibile che, lentamente, riduce lo spazio del respiro.
Quello che mi interessa, come regista, non è raccontare una storia d’amore ostacolata. Sarebbe troppo semplice. Qui l’amore è quasi un incidente, un effetto collaterale. Il vero protagonista è il controllo: sottile, burocratico, apparentemente razionale. Un controllo che non ha bisogno di violenza esplicita perché è già interiorizzato. È nelle parole scelte, nelle pause, negli sguardi che non si possono sostenere troppo a lungo.
Immagino la scena come un luogo neutro, quasi asettico. Non realistico, ma riconoscibile. Uno spazio che potrebbe essere ovunque: un ufficio, una stanza mentale, una zona di interrogatorio emotivo. Due sedie, un tavolo. Nient’altro. Perché tutto il resto accade tra le righe. E tra i corpi.
Il ritmo è fondamentale. Non deve mai cedere alla tentazione del realismo psicologico pieno. Le battute sono fendenti, e il silenzio è materia viva. Voglio che il pubblico senta il peso delle parole non dette tanto quanto quelle pronunciate. Ogni scena è una variazione minima su un tema che si deforma progressivamente: la relazione tra le due donne cambia, ma senza mai dichiararlo apertamente. È un movimento sotterraneo, come una crepa che si allarga.
C’è anche un elemento che sento molto vicino al mio modo di guardare il teatro: la difficoltà di stare. Di restare dentro una situazione senza volerla risolvere subito. Questo spettacolo chiede proprio questo agli attori e al pubblico: restare. Sopportare il disagio. Non cercare vie di fuga immediate. In un certo senso, è un esercizio di resistenza emotiva.
Non cerco empatia facile. Anzi, a tratti mi interessa quasi respingerla. Perché in quel rifiuto può emergere qualcosa di più vero: il riconoscimento. Quante volte accettiamo regole che non comprendiamo fino in fondo? Quante volte ci adattiamo per non perdere qualcosa – un lavoro, una relazione, un’identità?
Portare Contrazioni al Campania Teatro Festival significa inserirlo in un contesto vivo, stratificato, umano. Napoli è una città che resiste per natura, che negozia continuamente con le sue contraddizioni. In questo dialogo tra controllo e resistenza, tra struttura e istinto, lo spettacolo trova una risonanza particolare.
Alla fine, non voglio dare risposte. Voglio lasciare una sensazione addosso. Come quando esci da una stanza e hai la percezione che qualcosa, dentro di te, si sia leggermente spostato. Non abbastanza da capire cosa. Ma abbastanza da non poter più tornare esattamente a prima.
Yaser Mohamed


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