DI SAMUEL BECKETT
LIBERO ADATTAMENTO E REGIA ANTONIO IAVAZZO
CON GIANNI ARCIPRETE E GENNARO MARINO
PRODUZIONE ASSOCIAZIONE IL COLIBRÌ DI SANT’ARPINO (CE)
 

Sala Teatro “A. Vinciguerra” di Palazzo Fazio, Capua (CE)
21 giugno, ore 19:00

Durata 50 minuti

Debutto assoluto


“Le lacrime del mondo sono immutabili.
Non appena qualcuno si mette a piangere,
un altro, chi sa dove, smette.”
(Samuel Beckett)

 

Atto senza parole di Samuel Beckett è veramente un unicum nel suo genere. Nulla di dire, nulla da rappresentare. Due uomini in scena. Prima nascosti al mondo, o forse nel loro stato di “nascenti”, rinchiusi in due involucri – placenta.
Si (ri)svegliano, a turno, al suono di una inquietante sirena, e si accingono, in una stanca, ossessiva ritualità quotidiana, ad affrontare il loro piccolo destino e la “vita”. Celebrandola in una sorta di danza gestuale e mimica che sembra confermare il loro diritto ad essere vivi nonostante tutto. Si muovono, inciampano, cadono, si lavano, si vestono, si meravigliano della loro stessa inadeguatezza esistenziale. Il minimo vitale per portare a termine il parto che il bios chiede a ciascuno di noi. Procedono per tentativi, a tentoni, tra le enormi difficoltà che il cammino comporta.
Uno è completamente impacciato e impreparato, lento, tentacolare, si meraviglia quasi di essere ancora vivo e quando, dopo innumerevoli tentativi, riesce a compiere il suo faticosissimo lavoro di vestizione, ecco, che proprio in quel momento che richiederebbe il passo decisivo verso l’altrove, decide di rientrare nel suo sacco.
L’altro, solo apparentemente più deciso e sicuro. Si muove a scatti. Ingaggia con determinazione il suo compito. Si dedica alle sue faccende minime come se fossero l’essenza stessa e la ragione della sua vita, e poi, alla fine, rientra anche nel suo contenitore placenta, mentre l’altro suo compagno si accinge di nuovo ad uscirne.
E così via, con un effetto a volte clownistico e comico che dà, forse, l’esatta misura della cifra poetica di questo capolavoro di Beckett.


NOTE DI REGIA

La narrazione si consuma attraverso l’elemento sonoro e visivo, in cui spiccano i movimenti misurati e la mimica pulita di due corpi che, nella scena nuda, agiscono e raccontano le proprie storie minime. Anche le abbozzate clownerie, lì dove accadono, sono incidentali, senza compiacimenti, cedimenti assolutori o gratificanti al divertimento. I piccoli accadimenti, le iterazioni si incarnano in due sguardi bambini che giocano a vivere, senza passato e senza aspettarsi null’altro che una perenne sospensione del giudizio. Sono sufficienti il respiro e il bios a giustificare la verità e la meraviglia di sentirsi vitali. Da soli, ma tuttavia connessi con l’umanità e con il tutto. Nei pochi gesti, nelle azioni ripetute si delineano rituali che diventano una sorta di finestra incantata attraverso la quale si possono intravedere i lineamenti di un’intera esistenza. E la fatica, ma anche il divertito disincanto, del vivere.

Antonio Iavazzo

“Il silenzio è la più pura espressione del vuoto. In teatro accadono rari momenti in cui un profondo sentimento condiviso da attori e spettatori “risucchia” tutto e ogni cosa in un “vivente silenzio”. E questo è il più raro e sommo spazio vuoto”.

(Peter Brook)