REGIA E DRAMMATURGIA ADRIANO FIORILLO
CON GIULIA PISCITELLI ED ERICA TORTORIZIO
MUSICHE E SOUND DESIGN TOMMY GRIECO
SCENE E COSTUMI EMERGONO DAL MATERIALE DI IMPROVVISAZIONE E SCRITTURA DI SCENA
VOICE OVER ESTRATTI DALL’INTERVISTA A GIANNINO DURANTE, PADRE DELLA VITTIMA
PRODUZIONE OBERON APS
Vincitore premio Giovani realtà del teatro 2025
Finalista premio alle arti sceniche Dante Cappelletti 2025
Finalista premio Presente Futuro 2026
Sala Assoli
21 giugno, ore 21:00
Durata 1 ora
Debutto assoluto
Una madre stende i panni della figlia. Li lava, li rilava. Ogni giorno lo stesso gesto, come una preghiera, un rito che non riesce – o non vuole – interrompere. Tra quei tessuti riaffiora la voce, la vita spezzata di sua figlia: Annalisa.
‘A Stesa è un atto di memoria civile che prende ispirazione dalla vera storia di Annalisa Durante, vittima innocente della camorra, uccisa nel 2004, a soli quattordici anni nel cuore di Forcella. Lo spettacolo non si limita al racconto biografico. Attraverso il dolore privato di una madre – di chi resta, di chi sopravvive – la vicenda si trasforma in una denuncia pubblica e collettiva, capace di parlare a un’intera comunità.
All’inizio vediamo Carmela come una madre che sceglie di ricordare. Il gesto di stendere i panni sembra un atto volontario, quasi controllato: è lei che richiama la memoria della figlia, è lei che decide di sostare nel ricordo, è lei che decide quando interromperlo. Ma scena dopo scena, questa percezione si incrina.
Il ricordo smette di essere un atto volontario e diventa una presenza autonoma. Non è più Carmela a evocare Annalisa: è Annalisa che si impone nella mente della madre. La memoria non è più un luogo che Carmela visita, ma uno spazio in cui rimane intrappolata.
Il gesto quotidiano della stesa, inizialmente rassicurante, diventa compulsivo, necessario, quasi patologico. Non è più un rito di conforto, ma un meccanismo da cui Carmela non riesce a sottrarsi.
Si crea così un cortocircuito emotivo: sembra che Annalisa lotti per restare viva nella mente della madre, come se la sua presenza chiedesse spazio, voce, esistenza. Ma, a un livello più profondo, si rivela che è la madre stessa a non volerla lasciare andare. È Carmela che alimenta continuamente quella presenza, che la trattiene, che la richiama ogni volta ricominciando a lavare, stendere e piegare gli abiti di una figlia che non c’è più.
La scena è attraversata da due fili per stendere i panni, elementi semplici e quotidiani. I panni stesi non sono soltanto oggetti domestici: diventano corpi assenti, presenze sospese, testimoni silenziosi. In questo spazio simbolico la madre continua a stendere, come se quel gesto potesse ancora proteggere la figlia, come se il tempo non fosse mai andato avanti.
Il titolo si fonda sul doppio significato del termine “stesa”: da un lato il gesto familiare, antico, tipico dei vicoli napoletani, fatto di vento e intimità domestica; dall’altro la “stesa” come azione criminale, la sparatoria che semina terrore nei quartieri e spezza vite innocenti. Due immagini opposte che convivono nella stessa parola, così come convivono nella stessa città la vita quotidiana e la violenza improvvisa.
La drammaturgia intreccia memoria, quotidianità e assenza, trasformando un gesto domestico in un dispositivo teatrale.
‘A Stesa non racconta soltanto la morte di una ragazza, ma mette in scena ciò che resta dopo: il vuoto, la rabbia muta, l’impossibilità di accettare, e al tempo stesso la necessità di ricordare. È un teatro che nasce dal territorio e al territorio ritorna, che utilizza un linguaggio poetico e simbolico per affrontare una ferita reale e ancora aperta della città di Napoli.
In questo modo, il gesto semplice dello “stendere” diventa un atto politico, un atto di resistenza alla dimenticanza. Perché finché quei panni resteranno appesi, finché qualcuno continuerà a compiere quel gesto, Annalisa continuerà a esistere nella memoria collettiva.
NOTE DI REGIA
Il lavoro deriva dalla scrittura scenica. I vestiti sono presenze drammaturgiche attive. La madre continua a lavarli ossessivamente, un rituale per rivivere la figlia. Gli oggetti (i vestiti) come sosteneva Kantor, non sono supporti, ma protagonisti: agiscono, reagiscono, vivono, diventano corpo, memoria tangibile, ponte tra ciò che è stato e ciò che non può più essere.
L’immagine guida è la madre che stende una camicia con all’interno sua figlia, l’indumento che indossava il giorno della sua morte. La corda dei panni diventa croce, patibolo, memoria.
La Spina è rappresentare ciò che accade nella mente di una madre che ha perso la figlia, la sua ossessione non la porta ad una morte fisica, ma ad una morte interiore.
Su questo si sviluppa l’intero lavoro: una liturgia del lutto, corpi che si spogliano dell’identità per diventare oggetti, e oggetti che si caricano di memoria fino a diventare corpi.
Il teatro si fa luogo della resistenza, un altare dove la materia scenica è il dolore, e il protagonista è ciò che non c’è più.
Adriano Fiorillo


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