Non è facile parlare di guerra oggi e, soprattutto, scegliere di puntare l’attenzione su un luogo come quello della Siria contemporanea, che dal 2011, anno d’inizio della rivoluzione araba capace di innescare una profonda trasformazione del paese, a oggi, si ritrova dilaniata da scontri sociali e tensioni drammatiche che mettono a dura prova la libertà e la sicurezza di milioni di persone.
Eppure qualcuno, con coraggio e fiducia nei propri mezzi, ci è riuscito. Mentre aspettavo, andato in scena il 26 e 27 giugno al Teatro Bellini, opera di Mohammad Al Attar, diretto dal regista siriano Omar Abusaada e interpretato dagli attori Amal Omran, Mohammad Alarashi, Nanda Mohammad, Fatina Laila, Mouiad Roumieh e Mohamad Al Refai, si è posto proprio questo obiettivo: raccontare la situazione della Siria in una messinscena sperimentale e soggetta all’utilizzo di diversi linguaggi espressivi, dall’interpretazione teatrale al video in presa diretta, dai riferimenti a Internet al ruolo fondamentale della musica.
Taim è un ragazzo di 29 anni, come molti suoi coetanei carico di sogni, ideali e speranze, destinati a infrangersi quando, mentre sta attraversando un check point sulla linea di Damasco, viene picchiato brutalmente e ricoverato in ospedale, ridotto in coma. I fatti si svolgono tra il 2015 e il 2016 e lo spettacolo inizia con il protagonista già in coma che, mentre si alza dal letto, scopre di essere ancora incosciente ma di poter osservare, dall’esterno, tutto quello che succede intorno a lui, testimone delle angosce e delle verità scomode delle persone care che ruotano intorno a lui, la madre, la sorella Nada, il compagno di lei Osama e la fidanzata Salma, incapaci di colmare il vuoto della sua assenza tra assunzione di responsabilità e rimorso per l’incidente, volontà di restare e provare a ricostruire qualcosa, nella speranza di un imminente risveglio di Taim, e desiderio di partire, lasciarsi tutto alle spalle, realizzare i propri sogni e vivere finalmente una vita libera.
E in questo senso, il sonno di Taim rappresenta, per autore e regista, il sonno di una nazione incatenata a un presente cupo, incapace di riprendersi ma che cerca in sé le risorse per reagire e immaginare un futuro diverso, sconfiggendo la rassegnazione.
Uno spettacolo complesso e delicato, che sacrifica le emozioni sul piano di una cruda rappresentazione della realtà, ma che risulta efficace nella riflessione analitica su uno scenario emblematico comune a tanti paesi del Mediterraneo arabo e nell’adattamento a uno spazio teatrale in grado di fornire le chiavi e le risorse per poterlo sviluppare al meglio.


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