Nella serata di giovedì 30 giugno 2016, l’attore Claudio Santamaria, accompagnato dalla band “Musica da Ripostiglio”, ha interpretato, a Villa Pignatelli, con la sua particolare sensibilità artistica e con le sue continue variazioni dei suoni linguistici, lo spettacolo di Marco Balsamo, Una favola di Campania, la cui direzione del progetto è opera di Fabrizio Arcuri.
Gli spettatori si sono subito “sintonizzati” con le note dell’«Orchestrina» che ha coinvolto il pubblico con un sound che ha oscillato dalla musica country a quella tzigana.
La musica s’interrompe ed entra in scena l’attore, vestito rigorosamente di nero, che ringrazia la band e la platea. Il racconto, che introduce la rappresentazione teatrale, s’intitola Bernardino della Francia: un giovane di belle speranze, emblema dell’eroe senza macchia e senza colpa, che in un passato di magia e di mistero è sottoposto ad innumerevoli prove, vessato da un malvagio zio stregone che non gli dà tregua. «O zio, ma io me so stancato. Teng famme!», dice Bernardino, rivolgendosi al perfido fattucchiere, che con aria truce gli risponde: «Statte zitto e cammina!». La recitazione di Santamaria è molto intensa: l’attore cerca di immedesimarsi, “anema e core”, nei personaggi che interpreta, pur sapendo che il suo ceppo sociolinguistico è distante da quello partenopeo. “Bernardino-Santamaria” continua il viaggio col perfido mago, tra raggiri e insidie, ma alla fine, con l’aiuto della sua lampada magica, riesce ad aiutare la madre, il re e la sua amata principessa. Il re, irriconoscente nei confronti di Bernardino che gli ha riportato la figlia sana e salva, lo ricompensa con tre monete false. “Lo cunto” si conclude con un “punto esclarrogativo”, che chiude il quesito che Santamaria pone allo spettatore: «Vedi tu se è storia vera‽».
Riprende la musica con un ritmo molto sostenuto: i componenti della band diventano dei “mariachi”, trasportando il pubblico in luoghi lontani, con inferenze che inducono alla partecipazione gli ammirati ascoltatori/spettatori e lo stesso interprete. Uno schermo multimediale si anima alle spalle dei protagonisti, con colori sgargianti che ben si sposano con quei motivi coinvolgenti.
La rappresentazione riprende. Secondo “cunto”: La donna e il diavolo. La storia affonda le sue radici nella notte dei tempi: “La donna ne sa una più del diavolo” e riesce a salvare il marito che ha venduto l’anima al maligno. Il camaleontico Santamaria si affida ad una parte “en travesti” e rivolgendosi allo sfortunato diavolo, caduto nella “trappola” dell’appuntamento, afferma: «Io ve voglia da’ l’anima, ma vuie ve l’avìta guadagna’!». La donna tenta il diavolo, promettendogli di dargli la propria anima, dopo che quest’ultimo avrà superato una prova. Naturalmente, alla fine, la donna l’avrà vinta sul diavolo.
Un “rhythm and blues” allieta la platea con tonalità più lente e suadenti, conducendo i presenti stavolta nel profondo sud degli Stati Uniti. Alle spalle dei musicisti e dell’attore, lo sfondo alterna colori forti, a colori più tenui.
Santamaria beve un po’ d’acqua, si alza dalla sedia e passa al terzo racconto: ’O re penna in culo.
Storia di un principe che con altri pretendenti si presenta a corte, per chiedere la mano di una bizzosa e impertinente principessa che assieme a suo padre, sovrano del regno, si diverte ad offendere e a dileggiare i “regal-spasimanti”. Santamaria entra in modo goliardico e distintivo nei panni della giovane nobildonna: «Stai a vedere che devo sposare il re penna in culo!». Il suo napoletano non è proprio “d.o.c.”, ma la partecipazione dell’attore romano ai personaggi che interpreta è totale. Il pubblico apprezza e applaude con simpatia, immaginando la scena di quel giovane principe che, per un fortuito caso, è stato irriso in modo feroce ed ingeneroso da una principessa viziatella che non gli ha perdonato la circostanza che una penna caduta da un cardellino gli sia finita sul suo “regal-coccige”. Il re, naturalmente, medita vendetta: una vendetta che arriva puntuale e meticolosa, trasformando la bizzosa principessa in una ladra diseredata.
La musica si fa sempre più ritmata e l’attore è sempre più coinvolto in quei ritmi spagnoleggianti, fino al punto di “portare il tempo” con un’asticella a mo’ di direttore d’orchestra. Nel frattempo, lo schermo posto sul palco diventa di un giallo intensissimo, quasi “narcotizzante” per i presenti.
Siamo arrivati all’ultimo “cunto”: ’O lione d’oro. Qui Santamaria dà il meglio di sé, trasformando una dèfaillance di scena in un’apoteosi del pubblico, che gradisce molto la performance dell’attore.
L’interprete capitolino impersona stavolta i tre figli di un sovrano, “cadendo sul toscano”, in maniera quasi inconscia. Il pubblico, dapprima sorpreso dall’inconsueto “switch recitativo” dell’attore, dal “napoletano classico” al “fiorentino emendato”, mostra dopo qualche secondo di apprezzare l’impostazione recitativa che Santamaria sta imprimendo alla sua performance. I tre giovani figli del sovrano devono recarsi in un altro regno, dove li attende un pericoloso e mortale tranello: un insidioso e perfido re ha deciso di decimare la propria popolazione, cresciuta a dismisura. Lo stratagemma è quello di dare in sposa sua figlia al primo pretendente che riesce nell’impresa di trovarla. Il re fa in modo che la figlia risulti irreperibile e i malcapitati pretendenti, compresi due dei figli dell’altro monarca, finiscono inesorabilmente ghigliottinati, come punizione per non aver rintracciato la “regal-pulzella”. Uno dei tre figli del sovrano del regno attiguo a quello del crudele monarca escogita un arguto “piano”. Fa costruire un leone d’oro con all’interno un carillon, la cui musica attira tutti coloro che ne ascoltano le note. Il leone viene piazzato sotto il palazzo reale del despota e dopo una serie di concatenazioni favorevoli, il figlio superstite del monarca del vicino regno riesce a scovare la principessa. Il principe con la voce del “toscanaccio” Santamaria, dopo aver vinto la sfida, fa presente al re quelle che erano le “regole del gioco”: «E pure il regno è mio, oltre a sposare tua figlia. Si è stabilito nel bando!». Dopodiché il giovane principe ordina la decapitazione del malvagio sovrano, per vendicarsi dell’ingiusta uccisione dei suoi amati fratelli.
Lo spettacolo termina con una canzone di musica leggera, attraverso la quale l’«Orchestrina» ricorda alla platea che «non è vero che a Napoli si fottono lo stereo all’Autogrill… …Non è vero che a Napoli si canta tutto il giorno “’O sole mio”!».
Santamaria saluta il pubblico, prima dell’esibizione finale della band e rientra.
Spettacolo godibile e divertente, nel quale l’attore capitolino ha trovato anche il tempo di “mandare a quel paese” i palazzinari che distruggono il paesaggio urbanistico delle nostre città, aggiungendo che purtroppo oggi il “Dio denaro impera” e con i soldi si può far tutto.
Il pubblico applaude, divertito dallo spettacolo. Ma il “colpo di scena” dov’è? Tranquilli, c’è anche il “colpo di scena”! Santamaria e la band che lo accompagna hanno pensato a tutto. L’attore rientra sul palco con un “fuori programma” che rappresenta la ciliegina posta sulla splendida torta preparata per gli spettatori.
Si esibisce in una performance canora davvero struggente e partecipativa: il brano è Carlo Martello di Fabrizio De Andrè. Santamaria ricorda agli spettatori che questa canzone è stata composta da Paolo Villaggio, poi partono le note e la sua voce armoniosa si eleva in cielo, volando sugli ameni spazi di Villa Pignatelli. Il pubblico è rapito da queste ipnotiche “atmosfere” e assieme a Santamaria si emoziona, pensando a questo “re proletario” che rappresenta l’ideale chiusura di un “regal-racconto”, veicolato agli spettatori attraverso una recitazione di carattere “dialogico” che è riuscita a superare lo stesso “monologo”. Insomma, a Villa Pignatelli, in un caldo giovedì di fine giugno, si è assistito ad Una favola di Campania!
Fiorentino Palumbo


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