Il buio è un caos multiforme, è la paura dell’ignoto. Eppure quante volte da bambini ci siamo addentrati alla scoperta di qualcosa che ci paralizzava per poi superare tale terrore? La bellezza che risiede nel non sapere cosa ci sarà dopo non è propriamente l’accettazione del “qui ed ora”? “Senet”, drammaturgia e regia del napoletano Pier Lorenzo Pisano, traspone tali questioni ancestrali in uno scenario del tutto ordinario. Lo spettacolo si apre con due donne, forse sorelle, sedute ad un tavolo sul quale è posto un termos. Il dialogo è incalzante mentre fuori s’immagina un black out che ha paralizzato l’intero quartiere. Le due attrici discutono e la prima immagina, sbirciando il mondo dalla finestra che è il proscenio, che ogni scenario è possibile, ogni cosa che c’è “la fuori” potrebbe rivoltarsi contro. E’ un crescendo di ansia. La seconda cerca di calmarla trovando una risposta ad ogni domanda che la prima si pone. Il dialogo procede in maniera sincopata finché un uomo nerovestito, il portiere del palazzo, irrompe nella sala portando dal di fuori quel buio, quell’esterno che piano piano inizia a diventare un sentimento conosciuto, una parvenza di calore.
Questa “invasione di campo” è evidenziata dall’oggetto scenico della stufa che dovrebbe riscaldare e che tuttavia rimane ghiacciata. Effetto abbagliante sul finale con questo “sole”, i fari al di sopra del palco, che finalmente sorge e fa uscire le attrici e il pubblico stesso dalla sospensione temporale venutasi a creare. La potenza evocativa delle immagini costruite nella prima fase dello spettacolo esaurisce la sua carica verso la fine dello stesso forse perché la forza dei temi trattati è talmente disarmante da non riuscire a trovare una vera e propria risoluzione. O forse una risposta vera e propria a tale condizione non c’è.

Delia Giuliano