Cosa rende santo un uomo? In Santa Impresa, Laura Curino, in collaborazione con Simone Derai, si interroga sul mistero della santità. Santo è chi ha “la passione”, termine ambiguo che rimanda alla sofferenza, al “pati”, al Cristo ma anche all’interesse spesso incontenibile per qualcosa. La Curino integra entrambe le accezioni. I suoi santi sociali soffrono alla vista della povertà umana, prima materiale e poi spirituale, che attanaglia l’intero Stato sabaudo nella prima metà dell’Ottocento. Da questa sofferenza nasce un interesse verso la materia più complessa, quella umana. Giulia di Barolo, una volta Juliette Colbert, e le sue azioni di carità verso le povere carcerate ridotte a larve, l’arcinoto Giovanni Bosco e gli oratori, don Giuseppe Cafasso e la sua vicinanza alla morte, quella inflitta dalla giustizia sommaria a poveri Cristi, Francesco Faà di Bruno, brillante matematico con la sua schiera di serve senza diritti, l’educatore Leonardo Murialdo, Giuseppe Cottolengo e i suoi malati. Eccoli i santi sociali, un gruppo eterogeneo di esseri umani che maturarono un interesse verso gli ultimi, in un momento di enorme cambiamento sociale e politico. Laura Curino è sola in scena, circondata dalle mura dello splendido Hortus Conclusus di Benevento (nell’ambito del Napoli Teatro Festival). Vestita con una lunga tunica nera mossa dal vento leggero, un leggìo, pagine e pagine, pochissimi oggetti posti ai suoi piedi, qualche libro, un fazzoletto rosso. Di tanto in tanto rintocchi musicali e cambi di luce. Santa Impresa è tutto qui. Ma nella sua semplicità, nel suo essere priva di orpelli inutili, arriva dritta al cuore. La Curino legge e interpreta i diversi personaggi, li rende unici, scandendo il tutto attraverso il riferimento ai setti giorni della Genesi. Il monologo in realtà è un’ampia polifonia di voci diverse e quindi di storie differenti che hanno un medesimo sfondo temporale. C’è un lavoro di documentazione, di collazione e di scrittura encomiabile, che penetra nel dettaglio, si serve dei testi autobiografici e delle fonti più disparate, come fosse una ricostruzione di storia sociale. Tale operazione certosina diventa performance, perfettamente integrata con la partitura sonora e visiva. La Curino passa con destrezza dall’immedesimarsi in Giulia di Barolo col suo accento marcato da “Vandeana” all’interpretare l’infante Giovannino Bosco, senza mai perdere di vista il vero fulcro dell’operazione, demitizzare la santità, il “santino” fotografico, e umanizzarlo, problematizzarlo, inserendolo nella storia sociale e politica, andando al cuore della personalità e non fermandosi alla superficie. Don Bosco diventa un uomo furioso, un impresario che usa la superstizione per la salvezza materiale dei derelitti. La santità qui è “passione civile”. Come questo teatro, ficcante e intenso.
Francesco Mainiero


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