Al grido di ‘’a guerra è guerra’’ prende avvio Rituccia di Fortunato Calvino, sul palco del Teatro Nuovo di Napoli. Un cast di donne, di attrici straordinarie: Antonella Cioli nel doppio ruolo di Rituccia e donna Amalia, Antonella Morea in Peppina, Laura Borrelli in Carmela, Rosa Fontanella e Gioia Miale nella veste di prima e seconda donna. Varie sono le atmosfere che si alternano durante lo spettacolo. L’inizio dell’opera ha l’eco della tragedia greca: Antonella Cioli, nel ruolo di donna Amalia, si scaglia sul pubblico ad apertura del sipario, accasciata al suolo a gridare il proprio dolore. Il dolore della guerra, della miseria, dei bombardamenti, delle macerie come tombe a cielo aperto.

Antonella Morea fa da coro, sottolineando come in questo mondo, che sembra abbandonato da Dio, anche la fede religiosa è inevitabilmente perduta. Un siparietto comico ci riporta al presente: la Cioli veste adesso i panni di Rituccia, una Rituccia ormai matura che svolge, nella routine quotidiana, il proprio lavoro di segretaria di studio medico. All’interno della sala di aspetto si incontrano donne, di varia età, provenienti dai bassi e dai ‘’quartini’’. Uno scambio di battute continue, a volte caustiche, a volte consigli materni, interpretazioni di sogni e numeri da giocare si susseguono in quella che ci appare una storia di ordinaria banalità. Ma le discussioni sul caldo, sul ventilatore che non funziona e l’immancabile bicchierino di caffè, che ammazzano il tempo dell’attesa, precipitano velocemente all’indietro.

Rituccia tra fantasmi del passato e la crudeltà del presente. È un tuffo nel passato, in ricordi deliranti e quasi onirici. Rituccia è di nuovo donna Amalia e di nuovo bombe, miseria, fame e morte la fanno da padrone. È un passato che non si riesce a dimenticare. L’umidità del ricovero penetra nelle ossa, il rumore delle bombe perfora i timpani, occhi spalancati tra la macerie si incidono nella mente e nello sguardo della Rituccia bambina. Il ritorno al presente questa volta non è meno traumatico di quello fatto all’indietro: la guerra non è finita, non è bastato l’annuncio della radio, che comunicò la resa dei nemici, a portare la pace. Solo l’aspetto è cambiato. È la guerra con noi stessi e tra di noi: ‘’ a guerra è nu fuoco ca nun si stuta maje.’’

I fantasmi del tempo andato trovano la loro controparte nella crudeltà del presente. Ora come allora il terreno è bagnato dal sangue della povera gente, ad opera della guerra prima e dalla camorra poi. L’ invito a fuggire, anzi l’ordine a fuggire, che a Rituccia esce dalla bocca in un misto di rabbia e disperazione, è l’unica soluzione plausibile dal momento che ogni speranza sembra essere svanita. Non sono i suoi passi, però,che si dirigono altrove. Resta e si rifugia nel suo passato, nella casa natia, nei ricordi del conflitto mondiale e della madre, cercando di lenire i lividi del presente. Ma è ancora guerra,più subdola e silenziosa, senza sirene che avvertono dei bombardamenti. Rituccia da simbolo di un domani migliore, della notte che pur deve finire, nella commedia eduardiana, si trasforma, in quella di Calvino, nel buio che non è dissolto dall’alba.

 

Maria Anna De Caro

Giuseppe Donnangelo