Michèle Noiret rielabora e dà vita ad un pensiero dello scrittore belga Conrad Detrez (insignito nel 1978 del premio Renaudot per il romanzo l’Herbe à bruler) che durante un’intervista della trasmissione radiofonica Radioscopie del 1978 affermò: «Le cose non sono mai veramente chiare, non sono mai veramente definite. Non si può etichettare l’essere umano, non lo si può ingabbiare, non lo si può costringere in modelli prestabiliti. Le cose sono più sfumate, sfuggenti».

Radioscopies: ingabbiati nell’io. È proprio da qui che prende l’avvio il complesso lavoro portato in scena da una professionista del calibro della Noiret, che inventa un doppio personaggio, una seconda se stessa. Questo secondo personaggio si immerge nella sua stessa vita e quasi la sfida, forte di un bagaglio di conoscenze e di memorie che si dispiegano e rimbalzano tra quei muri, che rappresentano un po’ la nostra gabbia, un po’ il nostro io e che solo in un confronto con il nostro inconscio riusciamo veramente a sentire. Essi sussurrano, mormorano, scricchiolano, si socchiudono, come le nostre incertezze, desideri, brame, freni, paure… muri ed ambienti, quelli sdoppiati, dell’animo umano e del reale vissuto, splendidamente rappresentati da una scenografia incredibile che si richiude, si espande e si avvolge su se stessa attraverso un labirinto di porte e scale che arriva all’incontro con un uomo che sorge dall’ombra come una pura costruzione del suo immaginario, con quello scopo, citato da Detrez di “sentire le cose un po’ da per tutto” perché dietro ad una cosa ce n’è sempre un’altra, perché la realtà contiene una parte dell’irrealtà, un segreto…che è necessario far emergere”.

È in tale segreto che si è accompagnati durante questo viaggio lungo circa un’ora che attraversa le inquietanti scorciatoie e il tormentato subconscio dell’animo della protagonista, che è poi quello di ognuno di noi, un animo cosciente che assorbe, si impregna di realtà per poi rimandare ad un confronto con il proprio io, la più pura estrinsecazione di un universo nascosto dietro alle cose, di quella dimensione meravigliosa di cui parla Detrez, dimensione che abbiamo ritrovato nella danza ispirata alle atmosfere brasiliane, una danza sensuale e solitaria, dimensione ritrovata in una perenne tensione, accompagnata lungo tutto lo spettacolo da un discorso musicale che ce l’ha sempre restituita tenera e mai aggressiva, da luci molto ben calibrate che si spostano dal conscio all’inconscio, dallo scenico al filmico in quel magistrale equilibrio che è insito in ognuno di noi ed in ogni nostra personale disputa tra “il me e il me stesso”.

 

Lucia Granatello