L’ambientazione della storia è, secondo le note di regia di Francesco Saponaro, la “fulgida Sicilia dei prìncipi, a cavallo tra gli anni ’50 e ‘60 del Novecento”; ma gli echi e le suggestioni dell’allestimento di “Racconto d’inverno” di Shakespeare, proposto in data unica per una prima nazionale al Teatro Bellini di Napoli il 7 giugno 2017, richiamano atmosfere spiccatamente gattopardiane, dove la malinconia di una nobiltà che cede il passo alla classe medio-bassa dei suoi sudditi riacquista pienamente l’accezione che aveva presso gli antichi, quella di umor nero. La melanconia tra i greci aveva una connotazione maniacale: descriveva una situazione di riflessione successiva a un’azione compulsiva, un raptus, spesso, che permetteva agli uomini del tempo, a volte eroi, di esternare uno squilibrio interno, un’ossessione.

Un’ossessione, come quella del Re di Sicilia Leonte, che di eroico non ha nulla, ma che nell’interpretazione di Edoardo Sorgente dà vita a uno splendido villain: la folle gelosia nei confronti della moglie Ermione e del suo amico Polissene, Principe di Boemia, si trasforma in un morbo aggressivo, che lo dilania dall’interno, facendolo apparire come un malato in preda ad accessi di violenza. Leonte si affanna per il palco con un lungo fazzoletto bianco in mano, oggetto transizionale da cui mai si separa, a cui tanto più si attacca quanto più si distacca dalla realtà tramite le allucinate accuse nei confronti dei suoi cari. Il potere accompagnato alla follia diventa tirannia, e trasforma la giustizia in violenza: solo la natura ed il tempo sembrano mostrarsi benevoli alle sventure delle vittime del racconto, come nel caso della figlia non riconosciuta da Leonte, che dalla madre Ermione sarà chiamata Perdita, e che verrà abbandonata in un bosco per essere salvata e cresciuta, come in ogni favola antica, dai più umili, che della natura e del tempo conoscono i segreti.

Nella riscrittura di Pau Mirò ed Enrico Ianniello, lingue e dialetti dei pastori mescolati tra loro introducono alla seconda parte dell’atto unico, dove la commedia si sostituisce alla tragedia e la divertente scena dell’incontro tra i familiari di Perdita con il suo spasimante Florizel ben traduce l’aspetto insieme bucolico e grottesco della realtà pastorale.

Il lieto fine del racconto d’inverno sancisce l’accettazione da parte dell’uomo della sua inferiorità di fronte alle grandi forze che governano il mondo, ben più grandi del potere di un tiranno. È nelle mani di Paolina, vittima come Perdita ed Ermione della violenza del suo Re, che la natura si cela sotto forma di magia: il ricongiungimento del Re di Sicilia con la sua defunta sposa avviene proprio grazie ad un incantesimo operato dalla donna. Leonte ed una rediviva Ermione si ricongiungono dandosi la mano su una botola aperta, uno squarcio fumoso che dal basso illumina la scena corale e crepuscolare ornata di lumicini funerei: vita e morte assumono lo stesso volto nel tempo della veglia, nel tempo dei racconti.

Serena Barbato