Debutta in prima assoluta, lunedì 8 e martedì 9 giugno alle ore 19.00, all’E45Napoli Fringe Festival: rassegna parallela al Napoli Teatro Festival, presso il Ridotto del Teatro Mercadante di Napoli, #PROMETHEUS#2.

Il lavoro teatrale, che trae ispirazione dal mito di Prometeo presente nella tragedia eschilea e si traduce attraverso la scrittura del poeta americano Robert Lowell, è adattato e riscritto da Raffaele Di Florio, il quale riesce a fondere, senza dissonanze, più linguaggi e più codici linguistici in uno solo: dall’utilizzo dell’inglese, dell’italiano e del greco antico, alla perfetta congruenza tra voce recitata e cantata.

PROMETHEUS#2: le dinamiche del potere. Il regista sembra non voglia soltanto offrire la revisione di un mito antico quanto attuale; piuttosto fa emergere il nucleo reale del mito greco che si manifesta nella centralità della tirannide, intesa come potere temporaneo ed anche come prevaricazione e negazione della libertà, lasciandola irrompere sulla scena come un ammonimento attraverso una voce “fuori campo”. Essa ripete proprio le parole di Eschilo: “Ecco le tue catene, ecco la tua roccia. Nessuna mano ti scioglierà” e le parole di Robert Lowell: “Non ti puoi muovere di un dito, vero? La tua mano non può più risolvere nulla. D’ora in poi né l’azione né il sonno interromperanno i tuoi pensieri”.

Il dramma è, quindi, tragedia e mito: il Prometeo incatenato (in greco antico Προμηθεύς δεσμώτης, Promethéus desmótes) è attribuito ad Eschilo, fa parte di una trilogia dedicata a Prometeo, la stessa trilogia, ampliata e rivisitata, dato che le altre parti non sono conosciute se non in forma di frammenti, la riproporrà, da quanto dichiarato in una rapida intervista strappatagli subito dopo lo spettacolo, proprio il regista Di Florio.

Il mito originale vede Prometeo che, per aver donato il fuoco agli uomini, subisce la collera di Zeus e viene incatenato ad una roccia ai confini della Terra. Il dramma eschileo, così come il dramma presentato, è interamente statico e mette in scena Prometeo di fronte a diversi personaggi divini, senza mai presentare un confronto diretto tra Zeus e il titano. Efesto, il Potere (Κράτος) e la Forza (o Violenza, Βία) hanno catturato il Prometeo e lo hanno incatenato ad una rupe. Il titano viene quindi raggiunto da vari personaggi: le Oceanine, Oceano ed Io. Durante il suo dialogo con Io, Prometeo le predice il tortuoso futuro che ha dinanzi a sé e prevede che uno dei suoi discendenti riuscirà a liberarlo dalla punizione divina. Prometeo ha però una via di fuga dall’angosciosa situazione in cui si trova, perché egli conosce un segreto che potrebbe causare la disfatta del potere olimpico retto da Zeus. La minaccia consiste nel frutto della relazione fra Zeus e Teti, che potrebbe generare un figlio in grado di sbaragliare il padre degli dei. Zeus invia il dio Ermes per estorcere il segreto a Prometeo, ma egli non cede e per questo viene scagliato, insieme alla rupe a cui è incatenato, in un burrone senza fondo.

È proprio l’incontro con Ermes che viene proposto con estremo pathos e umanità nel dramma messo in scena da Di Florio. L’incontro tra i due, Ermes e Prometeo, manifesta forse l’antinomia e il dualismo tra tensione verso la libertà e rinuncia alla lotta: è la relazione tra due uomini che diventano divinità se in gioco ci sono le problematiche inerenti la Vita e la Morte, la Giustizia e la Legge, il Caso e il Destino.

I due si muovono all’interno di uno spazio scenico, volutamente “statico”, che trova la sua dinamicità attraverso l’amplificazione visiva delle proiezioni sullo sfondo, mentre la composizione musicale, completamente inedita e composta da Silvio Vassallo, si focalizza volutamente intorno alla parola. Non c’è sipario nel Ridotto del teatro Mercadante, sono i suoni e le immagini proiettate sullo sfondo ad invitare il pubblico all’azione scenica e una voce di donna, che con molta probabilità incarna il corpo di Io in abito bianco sul fondo della scena, funge da collettività e figura isolata. Le è negata l’osservazione diretta della tortura, delle rivendicazioni reciproche, delle dissertazioni contrapposte. E’ seduta di spalle e al buio Valentina Gaudini e intona una melodia: “who knows anything about God” che, in assenza dell’ausiliare “to do”, può solo significare: “colui che sa qualcosa su Dio”.

Il corpo di un uomo, incappucciato, legato, con le braccia dietro la schiena e i polsi uniti, mostra un corpo lacerato da ferite ed escoriazioni, immobile e visibilmente sofferente, come un condannato: è Prometeo (Antonello Cossia).

#Prometheus#2 di Raffaele Di Florio inizia così: due fari che illuminano per una frazione brevissima la platea e i suoi spettatori, come fulmini. Un battito, atavico e replicato, fa seguito al canto evocativo. Battendo sulla pavimentazione in ferro la suola delle scarpe, entra dal corridoio in alto della sala, a sinistra, Ermes: indossa un lungo trench in pelle nera e conduce lo spettatore all'”hic et nunc”, non siamo più nel 460 a.C., ma nel 2015 e si ha quasi l’impressione si tratti di un uomo fidato e mandato da poteri più forti a punire ed estorcere la profezia segreta a colui che ha disobbedito al Potere stesso.

Le luci illuminano e sfiorano i volti dagli attori in scena e permettono allo spettatore di catturarne la più perfetta espressività: lo sgomento, la paura, la sofferenza, la rabbia, prendono forma sul viso di Antonello Cossia come di Paolo Cresta raggiungendo un’efficacia che quasi sovrasta la parola stessa.

Termina con la speranza nel futuro il dramma epico. Io, che finalmente si volta verso il pubblico, mostra un grembo gonfio, in cui si sta formando la generazione prossima, la rinascita e l’auspicio di un futuro migliore. Senza la comprensione degli errori commessi dai propri predecessori, però, il futuro non può che ricondurre agli stessi errori.

L’opera, attraverso un gioco ben calibrato di suoni elettronici, di musica, di plurilinguismo, di parole ripetute e pronunciate fuori campo e quindi a labbra chiuse, di proiezioni multimediali, della contemporaneità ed atemporalità degli abiti di scena, dell’interpretazione attoriale, è resa magistralmente ed è totalmente coerente e congruente con la staticità del dramma originale: l’attuale diventa classico nel rispetto dell’autore greco e il classico irrompe nella sua più spudorata modernità!

Forse il messaggio di tale spettacolo è proprio questo: se iniziassimo a rileggere con acume e spirito critico i classici, siano essi greci e latini, quanto capiremmo in più del mondo in cui viviamo oggi?

 

Cristina Patturelli