Le peripezie di Pinocchio vanno in scena al teatro Mercadante, nelle serate del 24, 25 e 26 giugno. A firmare la regia è l’autore francese Joël Pommerat. Sul palco, Myriam Assouline interpreta il burattino, Sylvain Caillat è nei panni del truffatore, Hervé Blanc è il narratore, Daniel Dubois il padre di Pinocchio, mentre Maya Vignando è la fata.

Noi tutti crediamo di conoscere Pinocchio e le sue avventure. In fondo le sue vicende e i personaggi che lo accompagnano sono sedimentati nella nostra immaginazione. Eppure lo spettacolo di Pommerat ci invita a riscoprire ancora una volta il libro di Collodi. Il regista francese ha, infatti, il coraggio e il merito di rielaborare l’opera scritta fra il 1881 e il 1883, e lo fa attraverso un rispettoso e delicato lavoro di attualizzazione.

Un lavoro che si concretizza innanzitutto nella scelta di eliminare dal racconto il personaggio del Grillo parlante, per sostituirlo con un narratore che, come una sorta di direttore di circo, si rivolge direttamente al pubblico. Attraverso le sue parole la narrazione diventa veloce, i cambi di scena si susseguono rapidamente, e il pubblico è catapultato all’interno del mondo scuro immaginato da Pommerat, il cui equilibrio è basato tutto sullo scontro tra le due sfere dell’esistenza che combattono una guerra eterna e mai risolta: la libertà dell’immaginazione infantile e il rigore del mondo degli adulti. Attorno a questi due poli si muovono poi le questioni della paternità e della filiazione, della ricchezza e della povertà: temi trattati in chiave politica, con tanta delicatezza quanta efficacia e modernità.

In questo quadro il merito di Pommerat sta anche nella scelta di mantenersi pienamente fedele al personaggio di Pinocchio. Il burattino in scena resta quello che Collodi aveva immaginato come un essere fatto di contraddizioni, esitazioni e complessità, e che al lieto fine può giungere solo dopo aver dato sfogo alla sua urgenza di ribellione. Che Pinocchio si ritrovi nel Teatro delle Marionette (Collodi) o in un night club (Pommerat), ciò che conta è la sua incontrollabile esigenza di voler “scoprire il mondo non appena ne ha l’occasione“, senza stare ad ascoltare gli adulti che dicono sempre di saperne più di lui.

 

Francesco Ferrara