Cosa succede quando la Giustizia, come Dea Bendata, perde l’equilibrato criterio di valutazione di Forza Sovrana e Neutrale, non riuscendo più a sorreggere equamente entrambi i lati dell’accusa e dell’imputato? E se a prevalere fosse una silente massa mediatica che si erge a giudice capace di tramutare la vittima in carnefice? L’individuo deve così espiare la propria colpa. Ma quale? “Il Penitente”, ultimo testo composto per il teatro nel 2016 dal drammaturgo e regista statunitense David Mamet, punta l’attenzione sull’inquietante attuale società, alla ricerca costante di un nuovo colpevole sul quale fare ricadere la giustizia sommaria della collettività. Il nuovo colpevole è uno psichiatra che, rifiutandosi di testimoniare in tribunale a favore di un paziente accusato di avere compiuto una strage, diventa protagonista di una gogna mediatica e giudiziaria. Nei panni del “penitente”, Luca Barbareschi, che ne cura anche la traduzione e la regia, debuttando il 3 luglio (e replica il 4 luglio) in prima nazionale nel Cortile d’onore del Palazzo Reale di Napoli, nell’ambito del Napoli Teatro Festival 2017. Lo spettacolo, che chiude la sezione italiana del Festival diretto da Ruggero Cappuccio, descrive il dramma dell’uomo attraverso i confronti con la moglie (Lunetta Savino), con l’avvocato che lo difende (Massimo Reale) e la pubblica accusa (Duccio Camerini). Una drammaturgia intensa curata da Nicoletta Robello Bracciforti. L’influenza della stampa, la strumentalizzazione della legge, l’inutilità della psichiatria, sono le tematiche di questa pièce che si svolge tra l’ambiente di lavoro e il privato del protagonista. Le scene di Tommaso Ferraresi e le luci di Luraj Saleri scandiscono l’interrogatorio di quel tribunale mediatico, che incombe sulle teste dei personaggi attraverso un grande cubo 3D, i cui lati rivelano l’inquisizione operata dai media nei riguardi del penitente, un uomo che vede minacciata la propria integrità morale e professionale e che cerca di tutelare fino alla fine per tener fede al Giuramento di Ippocrate, ma viene costretto a consegnare gli appunti medici per scagionarsi dalla falsa accusa di omofobia, nei confronti del paziente deceduto che ha ucciso venti persone. Radiato dall’Ordine dei Medici, il cosiddetto “uomo buono”, come viene più volte definito dalla moglie, vede la sua vita e quella di chi gli sta accanto devastata da una società che invece di difendere l’onestà individuale la annienta, utilizzando persino l’appartenenza religiosa a fini discriminatori. Come dice Luca Barbareschi, «In una storia, chi sfida la menzogna e difende la verità è in genere l’eroe della vicenda, è l’uomo buono. Qui “uomo buono” è definizione ironica, sarcastica. La società reclama il sacrificio di ogni integrità». L’assenza di etica governa un mondo capovolto: «Tu ci hai uccisi tutti, tu un uomo buono», afferma alla fine la moglie rivolgendosi all’uomo che tradisce, quello stesso “uomo buono” che giustifica il suo comportamento.
Elena Paoletti


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