Lo spazio architettonico di Donnaregina Vecchia accoglie le sperimentazioni del progetto site-specific degli autori Schirin Neshat e Shoja Azari, artisti iraniani che operano nel panorama video e cinematografico internazionale. La loro creatività ha presentato uno spettacolo intenso di emozioni dalle forti caratterizzazioni musicali ed interpretative, evocazioni etniche, suoni strumentali , vocalizzi gutturali, commistioni canore, fisicità, simbolismi.

Mohsen Namjio, anch’egli artista iraniano, è l’autore di rivisitazioni musicali che compone ispirandosi a brani del Tibet e della Mongolia, suona lo strumento etnico per eccellenza, il sitar, interpreta, muovendosi su un percorso scenico, un ideale cammino delle culture provenienti dalle terre dell’Asia per poi passare dal Medio Oriente e i Balcani fino a giungere al Sud d’Italia, musicalità che nutre un profondo sentimento della nostalgia ed evoca suggestioni di paesaggi e luoghi e culture lontane che s’innestano e confluiscono, attraverso passaggi temporali scenici, in commistione con la musica mediterranea.

Sul piano simbolico ci sono il nero e il bianco dei costumi di scena, il primo ad evocare, per poi essere esorcizzato, l’eterno dilemma della morte, il secondo della vita. E’ anche questo il contrasto ricercato dagli autori nell’indagine sulle culture di paesi geograficamente lontani ma vicini nella musicalità.

Un mondo tutto al femminile nella presenza attoriale. Le bianche vestali a capo scoperto, simbolicamente scalze quale connubio tra il cielo e la terra, alternano movimenti scenici a canti caricati da intenzionali vocalizzi gutturali per poi concentrasi in un crescendo canoro che dalla negazione passa alla concretezza di un’enfasi del canto celebrativo della vita e dell’amore.

Tutto segue sulla scena la simmetria prospettica dell’architettura della Chiesa trecentesca, dall’ambientazione degli artisti alle proiezioni video che sono scandite sulle partiture geometriche dell’abside. Un progetto teatrale per l’appunto specifico proprio per l’evidenza di un luogo dalla forte connotazione dell’architettura storica del sito, accentuata dallo studio di tonalità calde delle luci di scena.

Il linguaggio della tradizione canora napoletana è in scena nella commistione tra proiezioni e il rituale evocativo nelle parole e nei sentimenti dell’espressività popolare, passando prima per la litania delle invocazioni mistiche e la coralità e musicalità in parole. Lo spettacolo termina con la gestualità, di tutti gli artisti, d’invocazione con le mani rivolte alla dimensione spaziale dell’alto con l’intensità di luci nette e forti proiettate sulla scena finale dove giunge la piena ovazione e l’applauso del pubblico.

L’opera sembra voler essere, anche nelle intenzioni e nella strutturazione dei contenuti, un ideale caposaldo che non conosce frammentazioni ideologiche e culturali, anzi presuppone il raggiungimento di una fratellanza universale che attraverso l’arte e le introspezioni più profonde dei sentimenti umani e della coralità d’intenti ci porti verso la comprensione e il dialogo tra tutti i popoli.
Giuseppe Crescitelli