L’intensità delle passioni umane nella loro esasperazione, resa in modo assai efficace grazie al colorito gergo napoletano, è uno dei principali punti di forza della moderna riscrittura dell’Otello shakespeariano, proposta nella seconda serata del Glob(e)al Shakespeare, al Teatro Bellini di Napoli, da Giuseppe Miale Di Mauro e Andrea Vellotti. Un’ambientazione contemporanea, con connotazione assolutamente partenopea, grazie all’originalissima interpretazione della Compagnia del Nest, che rilegge Shakespeare attraverso il filtro di quella συμπάθεια tutta napoletana, facendo consumare la tragedia tra battute ricreative che alleggeriscono l’atmosfera fortemente tragica e ne smorzano la pesantezza psicologica. Una performance molto ricca, che pecca, forse, solo di una commistione di generi un po’ troppo azzardata: il rap napoletano e l’Ave Maria di Schubert, come colonne sonore simultanee, il gergo napoletano e la declamazione di versi di Catullo. Gli stessi protagonisti, Otello e Desdemona, non potrebbero essere più diversi per indole, estrazione sociale e formazione culturale; forse, è per evidenziare tale disparità, una scelta musicale così stridente e variegata. Nonostante l’intenzione di napoletanizzare e modernizzare Shakespeare, lo svolgimento dell’intreccio è piuttosto fedele, con tutti i personaggi del dramma originale. La regia di Giuseppe Miale Di Mauro prevede, però, anche una forte oscenità: violenza fisica, come quella di Otello verso Iago, di Iago verso Emilia, di Otello verso Desdemona; e sessualità. Si susseguono, infatti, molte scene sessualmente esplicite, tra incubi, visioni ed allucinazioni, si rende assai efficacemente la follia di Otello e la degenerazione della sua gelosia, che attraverso un climax ascendente, passa da passione umana a vera e propria patologia. È un mostro che divora e non ne avrà mai abbastanza, è una malattia! Dirà Emilia preoccupata a Desdemona.       

Una personalissima scelta, molto originale e significativa, infine, nel finale, in linea con la chiave di lettura di Miale tragico-patetica, ma anche fortemente oscena nel suo sentimentalismo passionale: Desdemona non viene soffocata nel sonno da Otello con un cuscino, ma, in un ultimo disperato tentativo di liberare l’amato dalla sua follia, lo seduce con tutte le movenze tipiche di una donna innamorata e lo trascina sul letto a consumare la prima notte di nozze. Otello sembra lasciarsi irretire in un piccolo barlume di lucidità, amore e buonsenso. Una soluzione che lascia il pubblico con il fiato sospeso, nell’inconscia speranza disperata che la tragedia possa risolversi con un finale più lieto, di quello tragicamente noto; invece, poi,  fulmen in clausula, un Otello subdolo che con spietata crudeltà, la violenta fino alla morte, tra le sue urla di dolore. Un epilogo molto significativo, in quanto indicativo di un tema scottante e molto attuale, quale quello della violenza domestica, e tanto più in ombra, proprio perché perpetrata dagli insospettabili.

Martina Barbieri