Napucalisse di Mimmo Borrelli è inserito nel progetto Dediche alla città di Napoli di Marco Balsamo, curato da Patrizia Bologna per la regia di Fabrizio Arcuri. Tenutosi sulla terrazza del monumentale Castel Sant’Elmo sabato 6 giugno 2015 e, in replica, domenica 7 giugno.

Alla Napoli condannata e alla Napoli innocente, Borrelli dedica un canto di struggente intensità e alta poesia. Per tutto il tempo, la bravura dell’attore, ipnotica ed esplosiva nell’utilizzo del ritmico dialetto della nostra cara Napoli, è supportata dalle impeccabili, avvolgenti e a tratti assai commuoventi musiche, eseguite dal vivo da Antonio della Ragione.

L’autore-attore interpreta e racconta la storia dell’amato e odiato Vesuvio, un vulcano dormiente che sogna il pericolo costante, ma che è destinato a svegliarsi.

Creatore di vita ed esecutore di giustizia, quella spietata che Dio stesso non può concepire poiché inevitabilmente coinvolge anche gli innocenti, il Vesuvio è “doppio” e, secondo un’antica leggenda locale, la sua “terrificazione” è Lucifero, l’angelo cacciato da Dio e sprofondato sulla terra.

Destato da un vecchio saggio, ironico ed estroverso, simile a un Pulcinella senza maschera, il Vesuvio/Lucifero è Napoli stessa, terra nata dal fuoco e dal diavolo.

Solo dinanzi all’innocenza, il vulcano momentaneamente si placa, allietato dal vecchio artista di strada con “un’Apocalisse divertente”: il matrimonio di quartiere partenopeo.

Ecco poi l’amaro. L’Assassino. Il Killer, assoldato dalla camorra, che dell’innocenza ha perso l’amore. Emblema di una Napoli feroce che più non crede ad un futuro.

Dinanzi ad una minimale scenografia (sullo sfondo, finte pianticelle di limoni e una sedia sdraio decentrata) un Borrelli rustico, a petto e piedi nudi, traccia una comunanza tra il vulcano e l’uomo napoletano. Anche quest’ultimo è creatore generoso e partecipe, ma è altresì provvisto di una grande capacità autolesionista e distruttiva.

Poi, il Vesuvio, massa di suoni nella sua incandescente polimorfia, continua ad eruttare, avanzando nel canto e gettando a terra una lava di piaghe e di bellezze napoletane.

C’è un delicato finale, declamato con toccanti versi.

 

Paola Improda