Dopo il clamoroso successo francese al Teatro des Bouffes du Nord di Parigi, Emma Dante e la sua compagnia approdano al Napoli Teatro Festival nelle serate del 10 e 11 Luglio, al Teatro Bellini, con uno spettacolo-concerto da Euripide: “Verso Medea“, scritto e diretto dalla regista siciliana.
L’apparato scenico proposto segue, anche in questo spettacolo, le caratteristiche che contraddistinguono il teatro di Emma Dante, caratterizzato da uno spazio privo di orpelli, costruito essenzialmente da attori, sotto la direzione luci di Marcello D’Agostino.
I personaggi, vestiti in abiti neri, attraverso movenze grottesche, gestualità accuratamente studiate, insieme all’ utilizzazione di un linguaggio dal suono siciliano, ci aprono le porte di un paesaggio immaginario da loro rievocato, diventando scenografia, corpo e metronomo di un’opera fatta di accenti e pause che ora scuotono, ora inteneriscono.
Medea, interpretata da Elena Borgogni, si presenta al pubblico emergendo lentamente da un fondo oscuro, priva di letizia ma inviolabile nella sua sacralità poiché porta in grembo il figlio di Giasone, scintilla di un amore ormai passato.
Sulla quinta a destra, contornati da strumenti musicali, caratteristici della propria terra, due impeccabili musicisti: i fratelli Mancuso, invocano e commuovono, con canti, i momenti salienti della rappresentazione, intrecciandosi alla narrazione fino a diventarne corpo unico.
Medea: la diversa, la barbara, è l’ unica donna ad avere in sé il dono della fertilità, in una Corinto abitata da uomini-donne (Salvatore D’Onofrio, Sandro Maria Campagna, Roberto Galbo, Davide Celona), invidiosi e tormentati dal desiderio di possedere la sua fecondità che erompe con il parto in scena da loro supportato. Ella non teme di gridare a Giasone, interpretato da Carmine Maringola, l’ingiustizia del suo ripudio, ma sa essere anche supplicante nel tentativo di trattenerlo al suo fianco, reprimendo la sua indole fiera, umiliandosi per poi scatenarsi alla fine con un anatema disperato e feroce, il delitto che compie tra le braccia materne e la maledizione su tutta Corinto, la città tristemente abitata da sole presenze sterili.
Nulla si muove “verso Medea”, se non il suo istinto, il suo desiderio di libertà, le sue ragioni, folli agli occhi di tutti, ma giuste per lei che ormai è privata di ogni possibile rifugio d’amore, non solo quello effimero dell’uomo ma anche quello perduto della sua famiglia, ripudiata in nome dell’amato.
Ed è così che il nostro viaggio verso Medea oscilla in una antitesi di emozioni, dove l’incanto e la persuasione per la donna tradita, ormai esule e senza patria, tramutano nella repulsione per l’atto concepito contro natura, in nome della sua sola legge, che non ci trova complici bensì ci scuote e allontana. La summa pietrificante dell’opera che volge al termine ci attraversa l’anima e ci coinvolge pur restando inermi a veder compiere la storia sotto i nostri occhi. La nenia dei Mancuso è agghiacciante, è un lamento straziante che si insinua profondo nella nostra mente e implora quella che in ogni tempo è stata la più dolce delle parole: “mamma“.
Iolanda Schioppi


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