«Non occorre un mare per annegare», la vita e l’indifferenza sono un fango nel quale si può tranquillamente annaspare, affogando invischiati nell’ombra di quei vicoli che squarciano la città.

Mare Mater lascia lo spettatore sospeso in un doloroso passaggio attraverso la memoria, nella memoria, lo illude con la speranza per poi sommergerlo, avvolgerlo negli echi del ricordo, di più ricordi che si sovrappongono e che si perdono, infine, nel mare.

Mare che non è soltanto oblio, anzi, ma che è prima di tutto riscatto, redenzione, dove l’essere umano trova finalmente collocazione, mare che arresta l’avanzata dei vicoli, mare che accoglie nel suo seno piccole anime che vagano a piedi scalzi per le strade, sudici, vestititi di stracci e senza meta, senza futuro.

Scugnizzi.

Il mare restituisce loro la dignità, gli dà persino un nome: caracciolini. Ecco, non più figli di nessuno, non più esseri dimenticati alla deriva, no, non più. Caracciolini, dal nome della nave asilo Caracciolo che dal 1913 al 1928, sotto la guida di Giulia Civita Franceschini (Manuela Mandracchia) accolse più di 750 orfani, ragazzi sbandati della città di Napoli, dove la nave rimase ormeggiata proprio per consentire questo innovativo esperimento educativo.

750 bambini strappati alle strade e alla miseria che furono educati al lavoro e alla vita consentendo loro di diventare finalmente uomini e donne, non rifiuti, non scarti della società, ma cittadini del domani.

Una speranza, forte, resa amara dal tormento di una domanda che ritorna continuamente nella coscienza dell’istitutrice: avrebbe potuto fare di più? Quante anime, quanti innocenti si sono persi per ciascuno di quelli che ha salvato?

L’avvento del fascismo, infine, avvolse ogni cosa in una brillante oscurità.

In scena, dunque, restano soltanto un’istitutrice e i suoi ricordi incarnati in due piccoli marinaretti oramai fattisi uomini (Luca Iervolino e Giampiero Schiano) che rappresentano l’inquieta consapevolezza di un passato lontano, di opportunità sprecate, della coscienza che si tormenta tra la consapevolezza di aver fatto il possibile (rappresentata qui dal padre di Giulia, Emilio Franceschini, vero e proprio “grillo parlante” interpretato da Graziano Piazza) e quella di non aver potuto fare di più, perché non è stato abbastanza per salvarli tutti e, adesso, quel tempo è passato e non esiste più un mare, una nave, ad accogliere quei naufraghi di terra.

Ed eccoci tornare alla scena iniziale, il passaggio spettrale dei caracciolini (rappresentati dai Ragazzi dell’Associazione Life-Scugnizzi a vela per il recupero dei minori a rischio) attraverso il lampo di una macchina fotografica. Ricordo perduto, sbiadito, destinato a svanire come barbagli di luce impressi sulla retina dallo scatto di una macchina fotografica che acceca.

Più che semplice cornice risultano essere le acque del bacino borbonico nella cui oscurità si perde questo viaggio. La figura di Giulia (Manuela Mandracchia) domina la scena e ci conduce attraverso la propria coscienza seguendone il ritmo, verso quel passato lontano rievocandone la memoria, ricordi incarnati nei due ex caracciolini (Luca Iervolino e Giampiero Schiano) la cui apparizione reca con sé, nello stesso tempo, gioia e dolore. Dolore di una perdita, di tante perdite, per Giulia, e la propria incapacità di abbandonarsi alla rassegnazione e, soprattutto, concedersi il perdono, la pace suggerita dal buon senso, dalla ragione qui rappresentata dal padre, Emilio Franceschini (Graziano Piazza), che si staglia sullo sfondo delle acque del bacino per portare luce, consolazione, alla figlia persa nel rimpianto. Ma l’apparizione, di lì a poco, del gerarca fascista (interpretato ancora da Graziano Piazza) incaricato di sollevare la signorina Giulia Civita Franceschini dal suo incarico, stroncherà ogni tentativo di consolazione lasciando la protagonista e lo spettatore con la cupa sensazione di «non aver fatto abbastanza».

E difatti il baule dei ricordi, infine, è vuoto, «è vacant.

Nulla è rimasto.

Solo il vuoto.

 

 

Massimiliano Mottola