Dalla platea, con le luci ancora accese e gli spettatori che tardano a capire che lo spettacolo è iniziato, una donna vestita di verde, non meglio identificata, si dirige sul palco chiedendo di un certo Federico perché le dia suggerimenti per la sua entrata in scena. Questo è l’inizio, secondo la rivisitazione del regista Antonio Capuano, de Le serve di Jean Genet, composto nel 1946. Quest’atto unico ispirato a un terribile evento di cronaca avvenuto nel 1933 a Le Mans, racconta di due sorelle, Claire e Solange, a servizio di una donna facoltosa di cui ammirano e invidiano la ricchezza e lo stato sociale. In un rancoroso gioco delle parti, in assenza di madame, le due donne, a turno, si mettono letteralmente nei panni della signora fino a mettere in scena l’oscuro desiderio di ucciderla. Capuano, portando il testo in scena al Sannazaro, per il Napoli Teatro Festival, pur ambientando la vicenda a Napoli, mantiene sostanzialmente la trama, se non che il tutto viene immaginato, dal regista partenopeo, come una prova generale di una compagnia che sta per rappresentare proprio Le serve di Genet: un metateatro, in sostanza, per un testo che, a ben guardare, ha già in sé del metateatro. Scomparsa dalle scena la donna in verde, entrano le due attrici che devono rappresentare Chiara (Gea Martire) e Solange (Teresa Saponangelo). Al loro ingresso la scenografia è composta unicamente da una sedia malridotta; sarà per le loro esigenze che verrà, a mano a mano, arricchendosi di uno scrittoio corredato da specchio rotto, un letto e uno stand fungente da armadio con gli abiti di madame; la sedia sarà occupata da una specie di factotum (Costel Lautaru) che si occuperà soprattutto di accompagnare le due donne a suon di fisarmonica. Avute disposizioni dal regista (ora si capisce, il Federico di prima), di cui il pubblico sente solo la voce, si parte con la rappresentazione. Eccezionale l’interpretazione tanto della Martire quanto della Saponangelo che riescono a portare avanti in parallelo tre ruoli differenti: quello delle attrici, quello delle serve e, a turno, quello di madame; e a uscire e entrare perfettamente in ognuno di essi. L’incanto è perfetto, ma il continuo rivolgersi alla figura del regista e l’intromissione della voce di quest’ultimo interrompe, anche troppo bruscamente, lo svolgersi dell’azione nei suoi momenti più salienti. La vicenda delle serve e quella delle attrici corre, dall’inizio alla fine, su un doppio filo che arriva a intrecciarsi e confondersi nel momento in cui si scopre che l’attrice che doveva interpretare madame, alias la donna in verde (Mirna Floris), inizialmente data per dispersa, è stata assassinata. All’entrata della polizia, dunque, non è dato sapere se è per il reato di falso delle due serve o per quello di omicidio delle due attrici. Ugualmente ambiguo risulta l’intenso finale in cui entrambe si danno la morte (a differenza dell’originale in cui Solange resta in vita e si consegna alla polizia); peccato che però si dilunghi per permettere alle protagoniste di risorgere e ballare con gli agenti sulle note de La vie en rose.
Brigida Esposito


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