“Da dove vieni? Da Napoli… Da dove comincia il mare”. Termina così l’emozionante racconto che Ascanio Celestini, accompagnato dalla fisarmonica di Gianluca Casadei, regala al suo pubblico dalla splendida terrazza di Castel Sant’Elmo, dalla quale è possibile abbracciare con lo sguardo la città. È una cartolina insolita, con una prospettiva dal basso. Una messa a fuoco sulla periferia, su quei quartieri che sembrano avere poco a che fare con il mare e la vista del Vesuvio.
È, ancora, una storia di sogni spezzati, di rabbia e di dolore, una storia per la quale è necessario conoscere le parole. Ed è proprio di parole che Celestini si veste: quelle della madre e del padre di Davide Bifulco. Mediante una sintassi spezzata, un forte influsso dialettale, periodi sospesi, viene resa quell’incapacità di spiegare razionalmente un evento che di razionale sembra non avere nulla. Sullo sfondo di un dolore, si ergono, su un filo sottile di voce, la rabbia di chi ha visto il proprio figlio, ucciso dalla pistola che avrebbe dovuto difenderlo, il rumore stridulo dei sogni che s’infrangono in una notte di fine estate. Quali sono le parole per raccontare un dolore, se non quelle che il dolore stesso detta? La capacità scrittoria di Celestini fa un passo indietro rispetto a un sentimento che non può conoscere mediazioni.
La sua voce diventa la voce di Flora e Giovanni Bifulco, il suo corpo sembra essere pervaso dallo stesso tremolio che immaginiamo scuotere queste due persone trovatesi, all’improvviso, prive di un loro pezzo. L’intervista a Flora inizia con un “Che ti devo dire?”. Siamo di fronte all’incapacità di comunicare un qualcosa di troppo grande, di troppo forte, che le parole non possono contenere. Nei silenzi, nelle pause, nelle esitazioni, si insinua una realtà fatta di abusivismo, di case occupate e di uno Stato che sembra tradire due volte: la prima perché assente, la seconda perché uccide invece che difendere.
Le battute conclusive sono affidate ad un altro “ultimo” della società: un barbone che ha con se solo i suoi vestiti, un libro di un autore contemporaneo defunto, una bottiglia di sambuca di scarsa qualità e una piccola verità in tasca. Viene da “Napoli, da dove comincia il mare”. E dove il mare diventa una lastra di ghiaccio, che quasi mare non sembra più, troverà la sua controparte, perché “solo chi vive dove finisce il mondo può comprendere dove comincia il mare”.
Maria Anna De Caro e Giuseppe Donnangelo


![CTF26_PALADINO_2560x500px[45]](https://campaniateatrofestival.it/wp-content/uploads/2026/05/CTF26_PALADINO_2560x500px45.png)

