Il Gioco e l’Istituzione, lo sport come storia degli uomini, in un articolato monologo che descrive le Olimpiadi del ’36 come una sorta di azione avulsa dalla costituzione di quello stato autoritario che fu il Nazismo in Germania. “Le Olimpiadi del 1936” di Federico Buffa descrive dall’interno dell’organizzazione dei giochi olimpici del 1936 il disegno politico di Hitler e Goebbels che intendeva affermare, attraverso la competizione olimpica, la supremazia universale della razza ariana. La narrazione è affidata, infatti, al comandante del villaggio olimpico Wolgang Fürstner, Federico Buffa, accompagnato dai musicisti, Alessandro Nidi al pianoforte, Nadio Marenco alla fisarmonica, mentre la sofisticata voce è della cantante Cecilia Gragnani.
Cornelius Jonshon e Dave Albritton, i due atleti neri sul podio, indussero il Furher ad evitare di stringere la mano e salutare personalmente i vincitori. La seconda parte del monologo continua in un meccanismo di spodestamento dell’autorità politica con il racconto di Jesse Owensche. Vinse 4 medaglie, ottenne due record mondiali e un record olimpico. In questo caso i filmati e le testimonianze video rese dalla diretta, con le immagini di Leni Riefensthal, registrano la rinnovata smorfia di Hitler al terzo oro di Owens. E ancora la maratona, che vide giungere alla premiazione due coreani sotto la bandiera giapponese. Il vincitore Sohn Kee-chung, 52 anni dopo, avrebbe portato a Seul la maglia della Corea. La storia di quei giorni e di quell’estate del ’36 si rendono, nelle parole scritte da Buffa con Emilio Russo, Paolo Frusca e Jvan Sica come una storia di uguaglianza e di libertà. Lo slancio vitale della competizione agonistica che infiamma il pubblico come se esprimesse quel gioco liberatorio, un “To Play the game”, uno stare al gioco tra le due parti politiche, la democratica e la nazista come adesione necessaria e come governo della vita della collettività. In questo disegno nefasto della dittatura nazista il senso del gioco sembra contenere l’elemento più libero all’interno di un universo ludico che dirige il gioco per un’estate, perché il suo senso riamane illeso in quanto assolutamente indipendente dalla struttura nella quale esso si sviluppa.
Emiliana Chiarolanza


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