di Alejandro De Marzo, Master in Drammaturgia e Cinematografia – Università degli Studi di Napoli Federico II

L’arsenale delle apparizioni/il teatrino dei fantocci è il secondo momento della trilogia “Via Santa Maria della Speranza” (progetto, drammaturgia e regia di Maria Angela Robustelli) ispirata al dramma incompiuto di Pirandello I giganti della montagna e a un lavoro di Luca Attanasio. Se nella prima pièce della trilogia un gruppo di attori occupavano un teatro per impedirne la demolizione ed alcuni giovani africani richiedenti asilo (“gli Scalognati”) entravano in contatto per la prima volta con il mondo del palcoscenico al fine di ottenere crediti per il permesso di soggiorno, stavolta nel medesimo teatro fattosi centro di accoglienza gli attori, guidati da Cotrone (una custode/narratrice), danno voce a un fatto di cronaca riguardante dei migranti scomparsi dopo una lunga permanenza su un mezzo di soccorso in mare. A sipario già aperto la scena infatti presenta il palcoscenico privo di fondali e quinte – e dunque povero, nella sua autenticità di struttura scarnificata – e coperto da abiti dismessi e oggetti sparsi ovunque (i soli ‘resti’ di esistenze cui il racconto può assicurare memoria). L’entrata dal fondo platea di un giovane africano in tenuta d’emergenza nautica sancisce il clima dello spettacolo, nel solco di una riflessione-crinale tra verità e finzione che anche l’uso successivo di pupazzi di pezza (ideati da Flavia D’Aiello) servirà a mandare avanti in modo ‘fatato’. Giunto ai piedi del palco egli canta l’incipit di Bohemian Rhapsody e di seguito una antica melodia sacra nella propria lingua. E si darà avvio al racconto di varie storie, tra le quali quella di Yergalum, fuggita dall’Etiopia per raggiungere l’Italia, che svelerà nella riscrittura bisogni, desideri e vocazioni sopite.

Lungo tutto lo scorrere dello spettacolo si maturano consapevolezze e in parallelo si aprono dubbi, sospendendo lo spettatore al filo della precarietà e della trascendentalità quasi come lo sono le vite dei migranti inscenate. Anche lo stesso inserirsi di momenti realizzati con i pupazzi e con gli stracci che rivestono dall’inizio il palco serve a determinare questa dualità, fonte del proficuo innesco di un ‘incantamento’ che, sebbene non sempre appaia convincente e comprensibile nel suo darsi scenico, veicola ad ogni modo i propositi della compagnia. Risulta altresì efficace, quindi, l’uso della meta-teatralità (di pirandelliana origine) per produrre nel pubblico di questo spettacolo un’utile (e sempre più rara) auto-riflessività che lo porti (‘politicamente’) ad avvertirsi responsabile dei procedimenti che si inscenano sul palco, a rinnovare cioè la propria coscienza civica sopita dinanzi al dramma quotidiano delle morti assurde nel Mediterraneo. Il valore sociale della teatralità si fa presente allora nella sua veste dichiarata senza mancare tuttavia di perdere il crisma esclusivamente disimpegnato della messinscena. Una rappresentazione, insomma, che si muove appunto tra la ‘pesantezza’ della cruda realtà della cronaca (nel senso di ‘arsenale’) e la ‘leggerezza’ delle esistenze quivi raccontate (fattesi ‘apparizioni’). Non a caso nel finale si sente ripetere “quanti mondi dovremo attraversare”