Jazz, feste e mondanità del jet-set newyorkese fanno da sfondo ad una storia così vera da entrare dentro ad un romanzo: quella tra lo scrittore Francis Scott Fitzgerald e Zelda Sayre, andata in scena nel Cortile delle carrozze di Palazzo Reale lo scorso 26 giugno 2017 per il NTFI. I “ruggenti anni venti” del Novecento non furono poi così ruggenti, se per i loro protagonisti il significato ultimo da scoprire della vita fu quello della finzione: una “lost generation”, che è anche il titolo dello spettacolo, termine che Ernest Hemingway adottò e rese celebre per descrivere le debolezze, i vizi e le disillusioni della generazione cresciuta durante la prima guerra mondiale, e che proprio F.S. Fitzgerald descrisse con forti cenni autobiografici nei suoi romanzi.
“In tutta New York la gente non fa altro che telefonarsi”, afferma Scott in uno dei monologhi affidati all’interpretazione di Alessandro Miele, regista e attore insieme ad Alessandra Crocco (Zelda) dello spettacolo: c’è una lotta spietata all’incomunicabilità che durante tutte la messa in scena si annida tra i dialoghi di questa coppia, alcune volte esplosa in parole urlate, altre celata in sorrisi isterici. La vita dei coniugi Fitzgerald viene ripercorsa in un racconto a due voci, quelle dei due protagonisti, che ballano da una scena all’altra della loro storia uniti da un bel filo conduttore musicale jazzistico e accompagnati unicamente dal gioco chiaroscurale delle luci di Angelo Piccinni.
I due ventenni, conosciutisi durante una festa, si promettono da subito amore, in uno scambio verbale dove emergono il carattere ironico ed elegante dello scrittore e lo spirito ribelle e sognatore della ragazza. I dialoghi, unendo stralci e ricordi autentici della coppia estratti dalle loro lettere, dai romanzi di Fitzgerald e perfino dalle loro sedute di coppia stenografate da uno psichiatra, ripercorrono una storia intensa, dove la spensieratezza e l’egoismo giovanile cercavano di sfuggire alla crisi incombente della grande depressione americana di fine anni venti.
“Gli egoisti sono capaci di grandi amori”, confessa Scott quando conosce Zelda, che impavida continuerà a ripetergli per tutta la vita: “Io non ho mai paura”. Eppure la paura arriva infine: la crisi economica e l’affacciarsi della malattia mentale di lei faranno sprofondare i coniugi in un vortice di incomprensioni, confronti e rancori estenuanti. I movimenti danzanti delle loro esistenze si trasformano così in spasmi febbrili, fino al tragico epilogo, dove Fitzgerald muore per un attacco di cuore e Zelda, lasciata sola in un ospedale psichiatrico, cercherà invano nei suoi ricordi confusi la figura dell’uomo da lei così amato.
Il loro addio, o forse il loro ricongiungimento, è segnato da un bacio che, come ne “Gli amanti” di Magritte, è consumato sotto un lenzuolo bianco, che avvolge le loro teste e le unisce in una comunicazione invisibile, privata, onirica.

Serena Barbato