“The play’s the thing / Wherein I’ll catch the conscience of the king”, dice Amleto nel secondo atto. Fabrizio Gifuni, in Concerto per Amleto, presentato nella kermesse del Napoli Teatro Festival al San Carlo, traduce questa espressione con un ruspante “il teatro sarà per me l’accalappia coscienza del re”.
Il teatro è proprio il centro di questa operazione drammaturgica, nata dalla collaborazione tra l’attore e il maestro Rino Marrone, e Amleto è di certo uno dei grandi miracoli laici del teatro, un archetipo potentissimo. Gifuni apre letteralmente il testo originale e lo asciuga. Il punto focale dello spettacolo non deve e non può, dopo innumerevoli adattamenti, essere il plot. Il vero protagonista è Amleto, l’uomo e l’attore/regista della vendetta. Non l’Amleto amante, tanto che l’eroina romantica Ofelia non viene nemmeno menzionata; la sua figura non è congrua con la scelta di dare al personaggio una forza e una rabbia sardonica.
La novità dell’adattamento sta nella volontà di integrare alcuni brani del testo di Shakespeare con una partitura sonora di commento all’opera, scritta dal compositore russo Šostakovič in due diversi momenti: la suite per piccola orchestra Op.32a (1932) destinata a una produzione teatrale e la suite per orchestra Op.116a (1964) scritta come accompagnamento di uno dei più riusciti adattamenti cinematografici tratti dal Bardo, l’Amleto di Kozintsev. Concerto per Amleto è quasi un duetto: la performance di Gifuni è incentrata sulla parola, sulla citazione, anche in lingua originale e sulla fisicità, quasi debordante e frutto di un lavoro estenuante; l’accompagnamento musicale dell’Orchestra Sinfonica Abruzzese, diretta da Marrone, serve da contrappunto, integra la performance individuale, ne accresce la potenza, spesso è raccordo tra le varie parti altrimenti spurie dell’operazione drammaturgica, come se volesse dar voce anche a quei brani, a quei dialoghi, a quegli incontri (si pensi alla forza impetuosa della musica quando Amleto si rivolge al fantasma del padre) non direttamente portati in scena. Le due dimensioni si completano l’un l’altra e si rispettano parimenti. Gifuni partecipa alla partitura musicale, invitando, come un fool shakespeariano, il pubblico all’ascolto oppure evidenziando l’emozione del personaggio scaturita dai suoni. Inoltre, pur concentrandosi quasi esclusivamente sui monologhi di Amleto, spesso interpreta altri personaggi anche minori, non sempre centrati a dire il vero. In uno dei momenti clou, rottura scenica solo apparente, Gifuni cita il “For Hecuba” di Shakespeare, riflettendo sulla finzione, sulla recitazione, leit-motiv dominante. Concerto per Amleto è un’operazione colta, di spessore, non sempre facile.

Francesco Mainiero