«Quello che cerchi è dietro quella porta»

È così che comincia, è così che vieni al mondo, nuovo alla vita.

Imprinting. Un odore, la prima percezione, quella che segnerà il tuo viaggio attraverso l’oscurità, una vita che non puoi vedere ma che scorre da un episodio all’altro, episodi significativi che narrano una storia, la tua storia che si intreccia con altre, quelle che animano un piccolo villaggio fatto di case e persone, il posto a cui appartieni.

Bendato, preso per mano attraverso i vicoli, per il complesso Museo Diocesano Donna Regina, lo spettatore/attore si affida a mani sconosciute per essere condotto attraverso la memoria, si abbandona alle percezioni che funzionano come potenti catalizzatori.

Olfatto, tatto, udito. Gli occhi sono chiusi, la vista sembrerebbe essere preclusa ma non è così perché sognare, ricordare, creare immagini vivide a metà tra memoria e immaginazione è un processo che riesce meglio a occhi chiusi.

Un viaggio che si ripete uguale per ogni viaggiatore ma che nel contempo diventa unico, irripetibile, poiché ciascuno completa quel percorso di ciò che manca e lo fa inevitabilmente a suo modo. E così lo spettatore/attore si ritrova a cucinare in una casa che appare più vecchia di quel che è, pur non vedendola, in compagnia d’una anziana signora, seguendone le istruzioni e ritornando, forse, alla propria infanzia.

Poi… poi… una radio, le parole di una qualunque sera di tarda estate e un bacio strappato, forse no, tra i vicoli di quella piccola cittadina mentre mani ti sfiorano, ti guidano, ti sussurrano frasi, brandelli di una storia familiare e dettagli sfumati, persi in un tempo che attraversi, il tempo, tra stracci che carezzano il viso mentre ti perdi brancolando nel buio, senza una guida, smarrito, seguendo un rumore, una voce lontana, affidandoti alle tue sensazioni.

E intanto passa il tempo, il dolore di qualcosa che si è perso, fiore calpestato come l’amore di una giovane donna e le sue storie sbagliate, passano gli anni, cresci, e così mutano i tempi. È significativo che l’unico momento nel quale durante questo viaggio ti venga tolta la benda è in una camera buia.

È lì, al buio, che finalmente puoi vederti.

Ripiombi nell’oscurità e, infine, affronti l’ultima tappa del tuo viaggio.

Giorni, mesi, anni. La vita brucia in un secondo.

«Eppure l’ho visto nascere…». Queste le parole che sanzionano il tuo congedo.

E così ti lasci alle spalle il tuo villaggio, lasci alle spalle la tua vita, la tua storia, e abbandoni l’oscurità. Nessun velo, nessuna benda. Varchi la soglia, sei al di là della radura, e ciò che ti aspetta è esattamente quel che attende tutti gli altri viaggiatori al termine del proprio percorso.

Ed è come sognare, risvegliarsi da un sogno, entrambe le cose.

Varchi il cancello. Sei di nuovo nella realtà.

Una realtà.

 

Massimiliano Mottola