L’allestimento dello spettacolo andato in scena l’11 giugno nella splendida cornice di giardini di Capodimonte si staglia nel palinsesto del Campania Teatro Festival come un piccolo gioiello di inventiva e intensità drammatica.
Ad apertura della pièce, prima ancora che si abbassino le luci sulla platea e si accendano i riflettori, gli spettatori vengono catturati dai movimenti ben sincronizzati degli unici performer in scena, Valia La Rocca e Isacco Venturini: i due novelli Adamo ed Eva si aggirano per il palcoscenico, in abiti contemporanei, intenti a rassettare il loro “nido d’amore” caratterizzato dalla presenza di grossi bauli in alluminio e piccoli oggetti eccentrici sparsi un po’ ovunque come giocattoli nella stanza di un bambino. È solo Adamo a parlare, in cerca di un costante contatto con Eva che invece si esprime esclusivamente a gesti: bizzarre dimostrazioni d’affetto (lui le porge un girasole di plastica e poi le si avvicina con un archetto “trasformandola” in uno strumento musicale) si alternano a improvvisi contrasti (Eva cerca freneticamente di mettere ordine nel proprio “mondo” e Adamo non riesce a stare al suo passo).
La quieta routine di queste due creature complementari viene però spezzata da una comunicazione inoltrata per iscritto dal “Locatario” dell’universo che intima loro di abbandonare la propria dimora: al momento della partenza, irrompono suggestioni sonore che preannunciano un vero e proprio viaggio nello spazio. Diversamente da ciò che la Bibbia tramanda però, i due non si avventurano alla ricerca di nuovi luoghi da colonizzare insieme, bensì da soli. È in questo punto che si veicola il messaggio più interessante dell’inedita drammaturgia di Linda Dalisi: il “paradiso perduto”, per dirla con John Milton, non è il giardino edenico summa di ogni delizia del Creato, bensì la presenza dell’altro/a nella propria vita. La Genesi raccontata in Bee Riot sembra quindi dialogare con il Simposio di Platone secondo il quale l’essere umano non è altro che la metà di due individui separati per invidia da Zeus che cercano, dalla notte dei tempi, di ricomporre la felice unità perduta. Alla luce di questo accostamento letterario, una delle scene iniziali in cui Adamo ed Eva addentano dei pomi acquista una doppia valenza simbolica.
Nel corso del suo esilio spaziale, che le convenzioni sceniche rappresentano come molto lungo, Adamo cerca costantemente di contattare la sua amata perduta. Ogni giorno, alla stessa ora, si esibisce in una performance canora al pianoforte, consegnando all’etere i suoi messaggi d’amore, nella speranza che Eva li ascolti e si ricongiunga lui. Il languore dei personaggi poi, progressivamente, lascia il posto a una tensione sempre più drammatica: si inizia ad ascoltare la voce di Eva che legge le pagine del suo diario (liberamente tratte dalla celebre opera Il diario di Adamo ed Eva di Mark Twain) ed esprime la sua disperazione per il proprio figlio perduto. Questo elemento, inserito ex abrupto nel flusso narrativo, amplifica ulteriormente il pathos drammatico legato al senso di perdita che attraversa i protagonisti durante la pièce.
La regista e autrice sembra quindi comunicare agli spettatori che l’unica vera grande punizione inflitta al genere umano dal Divino sia una nostalgia costante e senza rimedio. 
Verso la fine della rappresentazione si assiste finalmente al ricongiungimento dei due progenitori dell’umanità: in un turbinio di emozioni, Eva cerca di pianificare una rivolta contro chi ha costretto entrambi all’esilio, trovando però il suo compagno refrattario a tale iniziativa. A questo punto Adamo, quale capostipite anche di generazioni di uomini violenti e possessivi arriva all’orribile determinazione di chiudere Eva in un baule per averne il totale controllo. Dopo alcuni interminabili minuti Adamo si rende conto dell’atrocità del suo gesto, riapre il baule e la donna ne esce fortunatamente indenne. Eva, attraverso la sua espressività muta, riafferma il suo diritto all’autodeterminazione e infine concede ad Adamo il perdono atteso.
La storia di questi due disobbedienti destinati a un eterno straniamento si conclude quindi con un finale speranzoso: Adamo ed Eva, infatti, come due api laboriose cercano di ricostruire il loro idillio perduto, seminando e coltivando un nuovo giardino che prende vita sotto i loro occhi.Laddove quindi, per Jean Paul Sartre, “l’inferno sono gli altri” secondo Linda Dalisi non può esserci Eden che non contempli l’altro/a.

Laura Cascio
Master di II livello in Drammaturgia e cinematografia
Università degli Studi di Napoli Federico II