Dopo il successo di Circo Equestre Squeglia, Alfredo Arias porta in scena una commedia di Goldoni, ponendosi, e ponendo al pubblico, il problema di attualizzare il teatro dell’autore veneziano. All’omaggio nei confronti di Goldoni, si accompagna anche l’intenzione di onorare la memoria di Mario Scarpetta, una pietra miliare del teatro napoletano.
Nessun sipario, la scena è già ben visibile al pubblico prima che lo spettacolo abbia inizio; il legno domina indiscusso, tre sedie campeggiano al centro e un’immagine pittoresca di Venezia compare sullo sfondo. La dimensione metateatrale è chiara fin dall’apertura: la pièce ha inizio con la presentazione degli attori, i componenti fittizi della famiglia Cannavaciuolo, che, per guadagnare qualche spicciolo, hanno deciso di impegnarsi nella recitazione di un testo teatrale. Subito dopo la premessa, l’irruzione in scena del mondo attoriale si avverte in maniera labile, ma lascia ai fruitori la possibilità di assistere allo spettacolo che comincia subito dopo.
Il bugiardo di Goldoni al Napoli Teatro Festival. Protagonista assoluto della pièce è il Bugiardo, a cui indiscussamente è riferito il titolo, un “cavaliere napolitano”, irrimediabile tombeur de femmes, che cambia continuamente identità per nascondere, inscenare, ideare diverse bugie, un’attività nella quale è realmente molto ferrato. Lelio, questo è il nome del personaggio, proviene da Napoli, patria della menzogna, della finzione, dell’arte del “sopravvivere” attraverso ogni tipo di espediente e la coloritura dialettale, particolarmente evidente e calcata, non smetterà mai di ricordarlo. In alcune sfaccettature del Bugiardo è possibile riconoscere il Don Juan, conquistatore per eccellenza della letteratura spagnola, che mente, inganna, tradisce ogni singola donna che finisce nella sua rete. Allo stesso modo avviene per Lelio, che si ritiene naturalmente dotato di charme e fascino, al punto da attrarre, quasi involontariamente, ogni donna che gli capiti a tiro. È proprio dai ripetuti tentativi di conquistare due sorelle, figlie di un medico bolognese, che lo spettacolo prende avvio. Interessante è la presenza dei servi, Arlecchino e Brighella, interpretati dallo stesso attore, che risultano le vere voci sagge della pièce. Al medico, padre delle fanciulle, invece, è strategicamente attribuita la cecità, che si rivela essere non solo un deficit dei sensi, ma anche l’incapacità di vedere le cose come stanno realmente, oltre le bugie. Ottavio e lo scolaro, personaggi secondari, ma funzionali allo svolgimento della vicenda, rappresentano rispettivamente, invece, la razionalità e il sentimento. Ottavio cerca di smascherare le menzogne del mai pentito Lelio, lo scolaro è la voce del cuore, l’innamorato per eccellenza, frenato soltanto dalla mai sopita timidezza.
Nel bel mezzo dello spettacolo, tuttavia, torna la dimensione metateatrale: gli attori abbandonano le vesti dei loro personaggi e cominciano a riflettere sulla condizione attuale del teatro. Essi si interrogano sulla possibilità di portare in scena la crisi del mondo moderno, di attualizzare testi teatrali datati e ipotizzano, addirittura, di modernizzare la Trilogia della villeggiatura, ambientandola nella striscia di Gaza. Subito dopo, tornano in scena gli attori. L’intreccio prosegue attraverso i continui espedienti di Lelio per ottenere in moglie Rosaura, una delle due sorelle a cui aveva puntato. Da questo momento i costumi variano sensibilmente: le pin up con atteggiamento da dive diventano dame dell’Ottocento e anche Lelio, che ha ritrovato suo padre, viene agghindato come si deve per un uomo di buona famiglia. La conclusione lascia il finale aperto, eppure si rivela ben chiara: tutti gli altri personaggi cercheranno di convincere Lelio a “parlar poco, apprezzare il vero e pensare al fine”, ma il Bugiardo per eccellenza, solo apparentemente pentito, lascia di nuovo il posto allo spavaldo napoletano che inneggia alle sue “spiritose invenzioni che reinventano il mondo”. Per la serie, “Viva le bugie”!
Micol Desiderio
Jessica Petacca


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