“Io ho amato Cesare!” Lo smantellamento della platea centrale del Teatro Bellini, nella prima serata del progetto Glob(e)al Shakespeare, sembra una soluzione scenica funzionale a rendere il protagonismo quasi assoluto di Bruto (Isacco Venturini), in “Giulio Cesare”. È l’idea partecipativa del teatro elisabettiano: una concezione dinamica dello spazio teatrale, con l’assoluta centralità dell’attore, mentre il pubblico si sviluppa tutto intorno. Una riscrittura originalissima di Fabrizio Cinisi, con la regia di Andrea De Rosa ed il protagonismo di Isacco Venturini nei panni di Bruto, Daniele Russo, in quelli di Cassio, Rosario Tedesco di Antonio e Nicola Ciaffoni di Casca.
Un incipit macabro e dirompente a simboleggiare e rievocare scenicamente, in modo assai efficace, le pugnalate inflitte a Cesare, attraverso un sacco trafitto più volte con violenza, dal quale fuoriesce polvere scura, poi, un senso di vuoto. Molto originale la scelta di sottolineare la dimensione luttuosa mediante il personaggio di Antonio (Rosario Tedesco) che in un atteggiamento ossessivo-compulsivo, si ostina a raccoglierne le ceneri in silenzio, senza voler ascoltare Bruto, che si sforza, invano, di spiegare le ragioni del gesto irragionevole.
A delitto già compiuto “Uccidere il tiranno” è il dubbio amletico che lacera la coscienza civica dei cospiratori di fronte all’amara consapevolezza di quanto Cesare e Roma fossero reciprocamente necessari. È lo sguardo disincantato dei figli di una patria rimasta orfana, del cui delitto, son, tuttavia, loro stessi carnefici. Di qui il dramma: come intervenire nell’ambiguo rapporto tra popolo e tiranno che si colora ora di amorosi sensi, ora di tinte fosche e violente? Bruto è intimamente tormentato e dilaniato dal conflitto interiore tra res publica e paura delle ritorsioni del popolo per lo straordinario carisma della figura del dictator, tanto amato a Roma.
Paradossalmente, quello stesso assassinio che nasceva dal nobile intento di preservare la quiete pubblica, finisce per incrinarla, e diviene per i responsabili presagio di morte, quando con la Battaglia di Filippi (42 a. C. ), Bruto e Cassio si toglieranno, poi, entrambi la vita.
Uno spettacolo molto interessante, ben riuscito nella resa scenica, soprattutto nella prima parte; nella seconda, invece, pecca un po’ di approssimazione per la caotica ricostruzione in musica della Battaglia di Filippi, scelta assai discutibile e piuttosto decontestualizzata.
Martina Barbieri


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