Sipario aperto. Sulla scena sono presenti delle sedie, due poltrone, un tavolino su cui è poggiato un computer. I quattro personaggi sono immobili sul palco. Sullo sfondo fa capolino una riproduzione di una parte del muro di Berlino. Comincia così la pièce, portata in scena da Fortunato Cerlino e Marcello Cotugno, dal nome “Potevo far fuori la Merkel, ma non l’ho fatto”, nello scenario suggestivo di Castel Sant’Elmo.

Germania tra elogio e demistificazione – Potevo far fuori la Merkel, ma non l’ho fatto. Quattro personaggi in fuga dall’Italia, ma soprattutto in fuga da se stessi. Gloria è una trentottenne in cerca di lavoro, che spera ancora di poter ricominciare trasferendosi a Berlino, seppur per l’impiego di cassiera presso un discount. Modesto, per cui sembra valere realmente l’idea del nomen omen, è un eroinomane disilluso, bloccato nell’azione, “disabituato alla felicità”. Potrebbe sembrare una sorta di rivisitazione della figura di Zeno Cosini, un giovane terrorizzato e paralizzato all’idea di guarire da questa sua passività. Ivonne è una donna nevrotica, ansiosa, ossessionata dall’idea del fallimento come madre e come donna. Vive un rapporto conflittuale con suo marito, Michele, inaspritosi con l’arrivo dei figli, che l’ha portata a credere che i bambini siano “il cancro della nostra società”, per la sola e unica colpa di renderla accettabile. Michele, il quarto personaggio in scena, è uno psicologo tormentato dall’idea di un’Italia stagnante e “melmosa”, “una palla al piede”, un luogo da cui fuggire. Il leitmotiv dell’intera rappresentazione è la celebre frase “Stay hungry, stay foolish”, pronunciata agli studenti di Standford da Steve Jobs, un modello che risulta distante, poco consolatorio per i quattro spaesati e promettenti apolidi, che a fatica cercano di emergere dall’insensatezza delle rispettive esistenze.

Il mito della Germania, paese del progresso, dell’avanguardia, del benessere economico, è il vero protagonista della pièce. La storia controversa di questo paese, lungo tutto il secolo scorso, tra ascesa, delirio, declino, smembramento ed egemonia economica, viene continuamente accennata e tenuta presente; un paese che tiene uniti e collega, attraverso un filo conduttore molto sottile, tutti i personaggi presenti sul palco, apparentemente molto diversi tra loro. Monologhi, scene forti e toccanti, crisi isteriche, urla stranianti, cambi in scena e spostamenti di oggetti messi in atto dagli stessi attori, accompagnano lo spettatore durante tutta la visione.

In una conclusione che lascia, probabilmente, un barlume di speranza, i quattro personaggi guardano il muro di Berlino. Michele e Gloria ritrovano la loro armonia di coppia, seduti a parlare, tra intrattenibili risate, di Luca, Sara e Benedetta, i loro figli, candidati rispettivamente al disadattamento, ai disturbi nevrotici ed alla bruttezza. Lo spettacolo celebra e denuncia il crollo di due miti invincibili, quello dell’emigrante che rinasce a nuova vita, dopo aver cambiato paese, e il mito della Germania felix, in un continuo di giri evolutivi ed involutivi, degni del miglior teatro sperimentale.

 

 

Micol Desiderio

Jessica Petacca