“Frame” è una cornice. “Frame” è una struttura. “Frame” è un fotogramma. Sfumature tutte presenti nell’omonimo spettacolo di Alessandro Serra, che ha registrato il tutto esaurito al Teatro Nuovo di Napoli il 10 e 11 giugno 2017. L’universo visivo di Edward Hopper, il pittore della solitudine moderna americana, prende vita sulla scena con tutto il suo bagaglio di soggetti estraniati e luoghi non-luoghi. Nessuna parola: i quadri non si esprimono con vocaboli, ma tramite colori, linee, posizioni e le suggestive luci dello stesso Serra, che riporta con chirurgica precisione i fortissimi chiaroscuri così distintivi del tratto di Hopper.
Cinque personaggi, tre uomini e due donne, prendono vita da una tela appoggiata ad una parete: è l’umanità comune e silenziosa, così cara all’artista statunitense, che si alterna nelle diverse cornici presentate. Si affacciano intimiditi da dietro la tela, scappano, si rincorrono, si sovrappongono. Abiti comuni, lavoratori, coppie si avvicendano nel verde, giallo, rosso di Hopper, un colore fatto di buio che li avvolge. Si fermano, e introdotti da un Arlecchino muto prendono posto nel quadro che spetta loro: la maschera ctonia introduce e traghetta le anime spettrali dal quadro al teatro. Tantissime le citazioni: da “Escursione nella filosofia” (1959) dove un uomo siede su di un letto dando le spalle ad una donna sdraiata, anch’essa di spalle; a “Stanza a New York” (1932) dove un’altra coppia continua a non incontrarsi, lui seduto a leggere mentre la donna è assorta altrove; al bellissimo “Donna al sole” (1961), che chiude lo spettacolo con una donna sola, che in piedi, nuda, osserva fumando la luce che la colpisce in pieno dalla finestra.
Poi, improvviso, il movimento: prima lento, ripetuto, quasi impercettibile; poi sempre più brusco, ossessivo, vorticoso, quasi come se i soggetti dipinti portati improvvisamente alla vita non sapessero farvi fronte. Le luci calde e soffuse lasciano spazio a flash stranianti e compulsivi, o alla difficoltà di muoversi al buio di una scena che apre le sue pareti, invitando i suoi ospiti a uscire dalla tela così come vi erano entrati, in silenzio. Teatro e tela lottano in un movimento circolare, dove il primo tenta di regalare attimi di tempo ai personaggi bloccati negli istanti immobili e asfissianti della seconda.
Personaggi soli, immersi e pur avulsi dalla compagine della collettività, pieni di quella segreta presenza che viene chiamata intimità. Un peso ingombrante e dolce, che Serra dipinge con tatto, rispettando quella sospensione delle cose quasi religiosa che caratterizza Hopper.
Serena Barbato


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