Nella serata di domenica 3 giugno 2016, spettatori/spettatrici giovani e meno giovani si accalcano ai botteghini del Teatro Verdi di Salerno. L’appuntamento col teatro è davvero d’eccezione: sale sul palco Giancarlo Giannini che “Legge Napoli”, accompagnato da Susy Mennella, Marco Zurzolo, Gianluigi Esposito, Antonio Saturno e Davide Costagliola.
La cornice del Teatro Verdi è “atipica”, in quest’originale «allestimento» dello spettacolo, Una favola di Campania, ideato da Marco Balsamo e diretto da Fabrizio Arcuri.
“Napoli viene letta da Salerno” e per avere successo, tale operazione non può svolgersi nella «classicissima» sala del Verdi. L’«escamotage» è ben architettato: il palcoscenico cambia aspetto, gli spazi scenici si aprono, con un “ribaltamento della scena” che guarda dalla parte opposta a quella canonica della signorile sala sabauda. Lo “spazio-off” è un mix di tradizione e modernità: un palco viene posizionato al livello della platea con un grande schermo a fargli da cornice, alle cui spalle giganteggia la vera e propria sala, con i loggioni e le luci scintillanti di quest’autentica «opera d’arte», che costituisce un vanto per Salerno e per i salernitani.
Lo spettacolo inizia verso le ore 21,15: ad aprirlo è l’attrice Susy Mennella, che in una “mise” semplice, ma elegante, avanza dal fondo della platea, con movimenti sinuosi. La sua recitazione conduce gli spettatori ad “atmosfere” di inizio ’900, suggellata dalla canzone Era de maggio di Salvatore Di Giacomo, eseguita dal cantante Gianluigi Esposito.
Entra in scena il maestro Giancarlo Giannini, in un completo grigio, con camicia chiara e cravatta intonata al vestito, “Legge Napoli”, «testo inedito» di Elio Porta, iniziando ad introdurre gli spettatori nella sua “favola napoletana”: «Fingere di vincere a volte aiuta a sopravvivere e a volte anche fingere di morire». I napoletani si cimentano perennemente nell’«arte del sopravvivere», perché sono stati sempre chiamati ad affrontare i pericoli più disparati.
«Napoli è una città misteriosa ed è anche una città affascinante». «A Napoli è possibile imbrogliare restando onesti», perché la “maestria dell’inganno” a Napoli è un’«arte».
Napoli è una città caotica e complicata: «e si vede la confusione, nei passi incerti di chi ha fretta di correre. Nei passi lenti di chi non ricorda più, perché ha fretta. E si vede la complicazione. La complicazione delle cose semplici che diventano difficili, quasi impossibili, e di quelle difficili che diventano l’unico mezzo per ottenere quelle semplici». Perché Napoli rappresenta un mondo frastagliato, agonizzante, aggressivo, ma pur sempre vivo, anzi a volte «iperattivo», dove processi di tipo generale molto spesso assumono delle connotazioni drammatiche.
Napoli è una città “aschematica”, dove nessuna età e nessuna condizione esistenziale possono considerarsi realmente «al riparo». Proprio per questo Napoli risulta essere una “città misteriosa” «e la gente si ingegna ad inventare misteri. A trasformare in professioni attività che altrove non esistono neanche e non esisterebbero neanche qui se ci fossero quelle vere».
Una città che si odia o si ama a seconda dei giorni, dove i napoletani agiscono, pensano, sentono, vedono, operando per forme; una città dove si giudicano gli esiti delle proprie azioni, sceverando il successo dal fallimento. Una città dove i suoi abitanti sono costretti ogni santo giorno a confrontarsi con le situazioni più imbarazzanti ed ansiogene.
Giannini utilizza un linguaggio fluido e ficcante, a cui accompagna dei gesti simbolici e paradigmatici che agiscono all’unisono con il suo racconto: «I napoletani non sono romantici. Per niente! Perciò i napoletani non sono emotivi. Sono emotivi, ma la loro emotività è tutta un’altra cosa. E di una emotività violenta e disperata, qual è quella che nasce da secoli di stress. Per questo, in certi momenti, sono anche allegri, per la felicità che nasce solo perché in certi momenti riescono a sfuggire all’angoscia. In certi momenti, o in certe condizioni economiche. Posillipo in greco vuol dire “pausa nel dolore” e così l’angoscia e l’emotività si sposano e diventano una compagna di viaggio unica, una persona di famiglia. E per questo i napoletani non sono romantici, perché non possono permetterselo. Non c’è il tempo! Neanche la domenica, neanche la notte, neanche quando amano e neanche quando desiderano! Neanche quando sognano di avere, neanche quando sperano! Per questo la lotta per avere viene prima della voglia di amare. Per questo l’amore è un lusso da pagare; è un bisogno che va cercato, perché è il primo per essere sacrificato».
Il grande attore spezzino continua – come da «copione» – sul “leitmotiv” portato avanti da Elio Porta nel suo «testo» e lo fa “caricando” il suo linguaggio di «sfumature» – oseremmo dire – di carattere «pedagogico». Un «attore-osservatore» che prosegue la sua “recita” con un iper-utilizzo di «stereotipi» sulla “napoletanità”, che agiscono come un’«arma a doppio taglio»: il suo distacco appare quasi «glaciale», allorché utilizza “espressioni forti” come «i napoletani sono come i topi», con il loro spirito di adattamento, oppure “tonalità espressive” di carattere «ironico» come «Napoli è una città democratica, dove su seimila stipendiati, mille lavorano e gli altri votano».
Perché, in fin dei conti, come ricorda l’interprete ligure agli spettatori: «Nulla si crea e nulla si distrugge. È tutto normale, se vi sembra normale!».
Non mancano, però, venature malinconiche e struggenti che ricordano ai presenti che Napoli è sentimento, è emozione, è poesia. E quale canzone poteva creare queste “magiche atmosfere”, se non Carmela di Sergio Bruni? L’interazione tra la voce di Gianluigi Esposito, il sax di Marco Zurzolo e la mimica di Giancarlo Giannini, che segue in modo partecipativo la musica e le parole del celebre brano, è totale. Sullo schermo alle loro spalle si producono immagini poetiche, mentre l’anfiteatro sembra racchiudere questo “splendido quadro”, con i suoi magnifici colori.
C’è spazio anche per “classici” come O sole mio del “trio” Capurro-Di Capua-Mazzucchi e per “neo-classici” come Assaje, il cui testo e la cui musica sono opera dell’indimenticato Pino Daniele.
Su quest’ultimo brano, interpretato dal “duo” Esposito-Zurzolo, traspare un pizzico di commozione sul volto di Giannini, memore di una Napoli che non c’è più: la Napoli ugualmente carica di problematiche di inizio anni ’80 del XX secolo, raffigurata da Nanni Loy, nel 1983, attraverso la «lente audiovisiva» del film Mi manda Picone, con protagonista lo stesso attore spezzino e Lina Sastri: quest’ultima anche nelle vesti di “protagonista vocale” della canzone in oggetto.
Napoli che va, Napoli che viene! Una favola di Campania che continua!
Fiorentino Palumbo


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